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giovedì 9 giugno 2016

La cultura dello stupro

Ebbene si, esiste una cultura dello stupro. E' una cultura radicata all'interno di noi, appiccicata, come se fosse una seconda pelle.

_Sfoggiavo la mia cultura dello stupro a sei anni, quando, nel corridoio della scuola, il mio compagno di classe mi spingeva giù dalle scale. Mi slogai la caviglia. Ricordo il mio pianto ininterrotto, e il dolore, che mi pulsava in testa, annebbiandomi la mente.
Bambina mia, ma cos'avrai mai detto al tuo compagno, per farlo adirare così?”
Cos'avrò mai detto?



_Sfoggiavo la mia cultura dello stupro nello stesso modo in cui indossavo le mie mutandine costose, con il pizzetto rosso, sotto ad un paio di pantaloni attillatissimi bianchi, una delle tante sere in cui tentavo disperatamente di farmi notare da lui.
Di cose stupide noi ragazze ne facciamo tante, è vero.

_Portavo il peso della cultura dello stupro come un nodo in gola, difficile da mandare giù insieme a un grumo di saliva; anche quelle sere a cena, quando lo zio bofonchiava sputacchiando sotto i baffi, che le donne stuprate se la vanno a cercare. Chinavo il capo sul piatto, tentando disperatamente di nascondere il mio cocente imbarazzo.
Ancora non so se odiassi più lui, o me stessa.
Scorrevo mentalmente l'immagine del mio corredo intimo, nell'armadio, ben nascosto, al riparo da sguardi indiscreti; e mi chiedevo cos'avrebbe pensato di me, della sua dolce nipotina.

La verità è che non ho mai voluto spendere un'esistenza ad essere nient'altro che cibo per i poveri, merce avariata, un corpicino a basso costo, carne fresca, quella che trovi in svendita al supermercato; solo per chi è davvero affamato.
Non ho mai voluto sentir parlare delle mie cosce, del mio pube.
Non ho mai voluto sentir parlare del mio sapore,
non ho mai voluto essere un bersaglio, il premio di consolazione di una partita di poker.
Non sono nata per essere una vittima, e non accetto che mi si dica che, noi donne siamo esseri deboli, nate con due cromosomi x nel corredo biologico. Che siamo destinate ad essere prede invisibili, oggetto del desiderio di un cane affamato.
Non ho scritto fragile nel DNA, e non sono venuta al mondo per osservare allo specchio i miei fianchi allargarsi, sempre più, il mio corpo ammorbidirsi come burro al sole, pronto per accogliere una nuova vita all'interno, biologicamente portato a partorire.
Non accetterò mai di essere geneticamente predisposta a non essere una combattente. Perchè noi donne siamo anche guerriere, e lo dimostriamo giorno dopo giorno.

Uno stupro è comunque uno stupro.
_Uno stupro è alzarsi la mattina, e ritrovarsi parti di quell'uomo dentro di te. Un pezzetto del suo ginocchio, proprio lì, incastonato nella mia coscia, i segni dei suoi denti nella mia carne.
_Uno stupro è un lavaggio continuo di lenzuola, perchè ci sarà sempre qualcosa, quella piccola macchia, che ti farà rimbombare i ricordi in mente, come un tuono, quella macchia, che t'impedisce di stare in pace con te stessa.
_Uno stupro è non riuscire più ad indossare quel vestitino rosso che ti stava tanto bene, senza sentirti sporca.
_Uno stupro è coprire i segni rimasti sulla pelle con un fondotinta che non è del colore della tua naturale carnagione.
_Uno stupro è buttare via quelle mutandine, pensando che forse, tuo zio, non aveva tutti i torti.
Non voglio sentir parlare del mio sapore, non voglio soffocare il mio corpo sotto lenzuola violate, non voglio graffiarmi il ventre la notte, da sola, osservando schifata il mio riflesso allo specchio, con due pupille sanguinanti. Non voglio farmi del male. E non voglio neanche sentirmi dire che sono stata fortunata, perchè quella sera erano in tre a spogliarmi, con la bava alla bocca, strafatti di chissà cosa; perchè dentro di me, in fondo, ci stava solo una mano, o forse più di una. Cosa vuoi che sia. Forse avrei anche dovuto ringraziarli, era una bravata del sabato sera, domani sarà tutto passato.
Questo era quello che pensavo.
Ma in fondo non sono nient'altro che un essere debole. Nulla è mai abbastanza. Nulla è mai abbastanza, perchè verranno anche a giustificarmi lo stupro, dicendomi addirittura che sei mesi di carcere sono davvero troppi per un povero ragazzo, nel fiore degli anni. E' tutta colpa dell'alcool, della nottata brava, del sabato sera. Nulla è mai abbastanza, perchè verranno ancora a definirmi lo stupro come una bravata da sabato sera.
Lui era un mangiatore di bistecche sempre sorridente, e io proprio non credevo di profumare di manzo.
Non possiamo rovinargli la vita a causa di un piccolo ed innocente errore, durato una ventina di minuti.
Questo è quello che le mie pupille color miele si ritrovano a leggere, in un articolo pubblicato da Wired, nella giornata di oggi. Mi giustificheranno lo stupro, perchè io, essere infinitamente inferiore, neanche esisto.
Accade negli Stati Uniti, e ciò che fa riflettere maggiormente, è che si tratta niente meno di una lettera, scritta di pugno dal papà dello stupratore, il povero Brock, un campione, distrutto da un'ingiusta sentenza del tribunale.
Inorridita e basita, rifletto su quanto sia incredibile l'egoismo umano, e l'educazione impartita a tali ragazzi, cresciuti dai loro genitori a pane e narcisismo.

Questa è, in breve, la storia di Brock Turner.
E' la storia di un campione che sta vivendo un momento difficile, e subendo una punizione ingiusta, per soli 20 minuti di stupro sabatoserale. E' la storia di un ragazzo per bene, un così detto maschio alfa, sempre il sorriso sul volto, e che, secondo il papà, dovrebbe proprio andare nelle scuole, ad impartire lezioni di binge drinking, spiegando quanto questo possa portare a conseguenze catastrofiche. Sarebbe di certo molto credibile come educatore studentesco. Penso che rimarrei appesa nel mio cocente dubbio, se prenderlo a sassate, o lanciargli in faccia il suo amato manzo.
Ma in realtà so che non farei nulla. Rimarrei impietrita, paralizzata dall'ignoranza umana, e rivolgerei un pensiero a quella povera ragazza invisibile, che quella sera è stata assaggiata, aperta, e poi gettata, dietro a quel cassonetto.
Perchè di certo Brock non ricorda il suo sapore, ma lei come sta?
Si starà forse graffiando il ventre davanti allo specchio, con le pupille insanguinate, e l'anima sventrata?

Ditemi ora, se davvero, tutto questo può non esistere.

Articolo pubblicato su Ultima Voce: http://www.ultimavoce.it/13831-2/

martedì 9 febbraio 2016

Giornata mondiale contro la tratta degli esseri umani e lo sfruttamento sessuale

Oggi è la giornata mondiale contro la tratta degli esseri umani e lo sfruttamento sessuale.



L'8 Febbraio del 2015 è stata la prima giornata internazionale di preghiera e riflessione contro la tratta, promossa dalle Unioni internazionali femminili e maschili dei Superiori Generali, patrocinata dalla Congregazione per gli istituti di vita consacrata, le società di vita apostolica, dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti [...] Un bel po' di roba religiosa dietro ad una giornata importante.
Importante come tante altre.
Perché marcare un'altra giornata in un calendario che straborda di giornate mondiali dedicate a qualunque cosa?


Non mi serve una giornata per ricordarmi di voi.
Ho stampato nella mente gli occhi, le risate, le preghiere, le bugie raccontate.
Ricordo come se fosse ieri la piccola Phoebe nelle mie braccia, e la gente stupita che si arrovellava la mente chiedendosi come fosse possibile che una bambina nera come il carbone fosse figlia di uno spaventoso pallore di ragazza.
Non eri figlia mia.
Non sei figlia mia.
Ma in quei giorni feci una promessa a me stessa.
E quella promessa, verrà mantenuta.
Non so ancora come. non so quando, non so perché.
Ma l'Amore per l'Africa non si spegne mai dentro di me.
Africa, un luogo naturale di guerra perpetua.
Un luogo dove la guerra segue schemi pandemici e sembra non arrestarsi mai.
Un Paese martoriato, un Paese che non smette di soffrire e versare lacrime amare.
Un luogo dove il paradosso regna sovrano. In Africa hai la possibilità di assistere a tramonti mozzafiato, che colorano la terra bruciata di un rosa pastello; e allo stesso tempo il cielo non smette di colorarsi di cemento, e la cenere ti avvolge le narici.
L'odore acre del sangue umano non smette di scorrere, inondando i fiumi, i mari, un continente intero.
Nessuno si salva da solo.
Ma chi la salva l'Africa? Chi salva un Paese ricchissimo, affollato di gente poverissima?
Forse, dev'essere l'Africa a salvare l'Africa.


Giornata internazionale della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento sessuale.
Perché le donne africane non dovrebbero fuggire dalle loro case per venire ad affollare i nostri marciapiedi.
Perché la tratta deve finire.
E invece il numero di nigeriane, per le strade italiane, aumenta.
Riflettiamoci.

mercoledì 13 gennaio 2016

Capodanno a Colonia, quando i botti diventano molestie


http://ultimavoce2015.altervista.org/4500-2/


Cos’è successo a Colonia la notte di capodanno?
Questa è stata la prima frase che ho cercato nel web, nel disperato tentativo di fare un po’ di chiarezza in quella nuvola di fumo in cui naviga l’incertezza di un’ondata di stupri.
I fatti sono incerti, confusi, ricostruiti dai report della polizia.
Dai giornali italiani sembra che un meteorite si sia improvvisamente abbattuto sulla città di Colonia, o che i marziani l’abbiano invasa, riducendo i cittadini in schiavitù e lavori forzati.
I fatti evidenziano un gran numero di persone riunitosi alla stazione di Colonia, pare fossero circa 400 alle ore 21, circa 1000 verso mezzanotte; tra cui molti proveniente dal Nord Africa e Medio Oriente. Alcuni testimoni parlano di un clima teso, petardi, bottiglie, fiumi di alcool, qualche rissa. Sembra addirittura che prima ancora dello scoccare della mezzanotte, per evitare incidenti, le forze dell’ordine abbiano iniziato a sgomberare il campo e a disperdere i rissosi.
Eppure all’una di notte le segnalazioni iniziano ad arrivare.
Ad oggi si tratta di 516 denunce, di cui il 40% per molestie sessuali.
La polizia ha ancora poco in mano. Si possono ipotizzare tante cose, che manterranno chiaramente il beneficio del dubbio. Si pensa che tra la folla si aggirassero soggetti aggressivi, completamente ubriachi, una parte di essi probabilmente “musi neri”. Si sarebbero organizzati in gruppi, e avrebbero iniziato ad importunare, a derubare i passanti, in modo particolare il gentil sesso.


violenza

La notizia trapela una settimana dopo in terra tedesca, vola in Italia come un aeroplano di carta con il canonico ritardo, e viene in tempo record (mal) tradotta, rimasticata, ingrassata, gonfiata e sputata sui media locali, che a loro volta l’accartocciano per bene.
Continuano ad emergere notizie contrastanti, ma di certo il record dell’indecenza è da attribuire ai telegiornali italiani. Perché?
Qui da noi si parla subito di migliaia di ubriachi, intenti a derubare e molestare sessualmente circa un centinaio di donne; vengono immediatamente identificati come magrebini, o se si vuole eccedere nello schifo, si può abbracciare il termine sopracitato “muso nero”. Questi hanno pianificato le loro empietà tramite web, e dato il via alle danze.
Le denunce dimostrerebbero un bel po’ di schifezza umana accaduta la notte di Capodanno. Un modo come un altro per intrattenersi e trascorrere una serata un po’ diversa dalla solita routine, perché nella notte di San Silvestro, in un modo o nell’altro, il botto bisogna farlo.
Ma le notizie rimangono avvolte nell’alone dell’incertezza, e la contraddizione regna sovrana.
Il sindaco della città di Colonia Henriette Reker precisa che
“Non c’è la minima indicazione che tra i colpevoli ci siano profughi attualmente ospitati nei centri della città”.

Per gli italiani i responsabili delle molestie vanno immediatamente rispediti a casa, magari annegati nell’Egeo “per sbaglio”, perché un modo bisogna trovarlo per liberarsi di loro, l’Europa è allo sbando, in balia dello straniero. Chissà se hanno mai pensato a scioglierli nell’acido.
C’è puzza di Islamofobia , omofobia, xenofobia ovunque.

“Gli immigrati che noi accogliamo con tanto amore se la prendono con le “nostre” donne, aggredendole e stuprandole”.
Una risposta interessante arriva dal vignettista Vauro sul Fatto Quotidiano, che ha preso immediatamente la matita per difendere la pesante mole di immigrati, finiti sotto processo mediatico negli ultimi giorni.

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Europa. Dopo i fatti di Colonia uno scatto di orgoglio”, scrive il vignettista, “Le nostre donne ce le stupriamo noi”. Frasi che fanno raggelare il sangue nelle vene, e aumentano le polemiche, e le mille contraddizioni sul web.
E’ ancora una volta il Corano a venire male interpretato, preso a brandelli e schiaffato sul web, chiara dimostrazione, secondo molti, che il seme della violenza deriva dal Testo Sacro islamico, che induce a stuprare gli infedeli.
Eppure c’è qualcosa che stona alle mie orecchie, c’è qualcosa che non torna.
L’Islam è una religione che stabilisce espressamente la parità tra uomo e donna. Il Corano dice che
Nessuno ha il diritto di imporre agli altri le asserzioni di fede, uccidere un essere  umano è come uccidere tutta l’umanità”.
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Per quanto riguarda il rapporto controverso, e spesso discusso, che intercorre tra islam e la violenza contro le donne, credo sia doveroso attuare una distinzione tra religione e politica opprimente ed ingiusta. Vi basti sapere che nel Marzo 2012 centinaia di donne sono scese per le strade di Rabat per denunciare una legge che obbliga le minori a sposare il loro stupratore. Nel Corano si legge che Allah condanna lo stupro e lo stupratore, ma la legge no. Alla luce di tutto ciò c’è una remota possibilità che la religione islamica venga manipolata a piacimento dai “potenti musulmani”, ai quali conviene mantenere questo messaggio terrificante dell’Islam, al fine di mantenere il business del petrolio. La sfrontatezza con la quale si manipola il Testo Sacro sarebbe per tanto coperta da fiumi di petrolio.
Ma questa non è la sola notizia ridicola ed esasperante che emerge dalla tragica ondata di stupri accaduta a Colonia. Sembra che il sindaco della città abbia introdotto un codice di comportamento dedicato a tutte le donne per evitare le violenze. In parole povere Henriette Reker si è riunita con i massimi esponenti delle forze dell’ordine locali prima di partorire questo fantomatico nuovo “pacchetto sicurezza”, che prevede anche il kit anti stupro, una serie di regole di comportamento, al quale le donne si devono attenere.
Il sindaco esorta il gentil sesso a mantenere una distanza di sicurezza da persone dall’aspetto straniero, a non girare per le strade da sole ma sempre in gruppo, a chiedere aiuto ai passanti in caso di difficoltà, ad informare immediatamente la polizia nel caso si notino persone sospette, e consiglia di non assumere pubblicamente atteggiamenti che potrebbero essere fraintesi da persone di culture diverse.
Quindi, signore e signori, benvenuti nell’Apartheid del 2016, dove il “muso nero” si deve tenere ad una distanza di sicurezza, meglio se sul marciapiede dell’altro lato della strada.

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Ora non so quale sia la verità, non so quale delle miliardi d’informazioni sia realmente affidabile e giusta, tale da essere presa in considerazione.
Da una parte è vero che la violenza sulle donne non ha religione, ne tanto meno colore, volto, nazionalità; ma è altrettanto vero che la situazione ci sta pericolosamente sfuggendo di mano.

Ora, se realmente questa ondata di stupri fosse stata organizzata precedentemente, probabilmente al fine di accentuare ancora di più il clima di terrore che già aleggia nell’aria occidentale, non sarebbe giusto chiamarlo con il suo nome, ovvero terrorismo?
Il terrorismo non è solo bombe, kalashnikov, kamikaze, distruzione. E’ distruzione, ma può anche assumere sembianze macchiavelliche e subdole, basate sulla tecnica di manipolazione della vittima, per indurre un sentimento di paura, terrore, angoscia.
Non è forse questo che stiamo vivendo?
Le notizie rimangono avvolte nell’alone dell’incertezza, niente è ancora certo, la contraddizione regna sovrana.
Indubbio è che l’anno non è iniziato affatto bene, ma questo già lo sapevamo.

domenica 13 settembre 2015

Carne da macello_

Frammenti di un racconto_
Un racconto che parla di violenza,
di vita, di una vita violentata_
Piccoli frammenti di una realtà che esiste, celata,
da qualche parte, in ognuno di noi_
 
 
 
[...] Work in progress_
 
 
[ Avrei voluto dare una madre, a quell’insignificante puntino nero dalle lucida corna, avrei voluto dargli un senso, un’umanità, una speranza di salvezza. Invece lo consegnavo nelle mani di una realtà devastante, che lo avrebbe presto tramutato in una vergogna tossica, proprio come suo padre.
Ma anche in quegli attimi; deboli istanti di passaggio, prima di socchiudere definitivamente i miei occhi da bambina spaventata sul mondo, non mi concedevano la tanto attesa serenità.
La vita degradata, violenta e nauseante, come una bottiglia di piscio essiccata al sole, di una squallida puttana dell’est, mi scorreva dinnanzi.
Anni di alcool, lividi e violenze mi scivolavano in gola come una bottiglia di quel liquore invecchiato, che scandiva i ritmi delle mie scopate.
Due occhi appannati, simili a bottoni di una bambola, si perdevano nell’amaro ricordo di quello che fu.
Una vita violata, bramata, fagocitata e rigettata, che ancora non si rassegnava, ancora tentava di fare pulizia in mezzo a tutto quello sporco.
La mia vita faceva aria da tutte le parti. E il ricordo di questa, puzzava terribilmente di morte.
Una vita naufragata in una marea di numeri,5, 24, 2, 48; ma era sempre il 57 a sbarrarmi la giornata.
Di fronte all’uscio di una fredda camera di un motel, vive un cuore, che batte sempre troppo in fretta.
Dita affusolate, secche, cancellano un numero su un foglio di carta.
L’unghia dell’indice sinistro, accuratamente smaltata, porta i segni di una recente rosicchiatura.
Una calda goccia di sudore percorre l’intera guancia, terminando la folle corsa ai piedi del mento.
Petto in fuori, testa alta, occhi fissi.
I lunghi capelli color paglia si sciolgono sulle spalle; ci siamo, manca poco.
La giornata sta per morire sotto il peso dell’ultimo cliente.
Le dita affusolate, nervose ed eleganti, sfiorano leggermente la superficie legnosa della porta, e delineano la sagoma di un debole cuore, che continua a battere troppo forte.
E’ il momento di entrare in scena. Sempre lui, sempre lui, a soffocare la mia anima con quel sorriso bastardo, e due occhi lignei, grandi quanto uno sputo.
Il numero 57.
Quante volte ho osservato il suo sguardo godere del mio corpo?
Sempre lui, nulla di nuovo; un’altra giornata stava per concludersi sotto il peso di un corpo soffocante, il numero 57, l’ultimo numero da sbarrare, l’ultimo numero in cui naufragare, in quella ordinaria routine dal gusto matematico.
La mia immagine, riflessa nello specchio, puzzava di squallore; il volto stanco e tirato, l’ultima ruga d’espressione, il livido volto, scandivano il tempo di giornate tutte uguali, trascorse a sbarrare infiniti numeri, di corpi da dissestare.
Strappandomi via l’ultimo pezzo di stoffa, inizio la mia lunga cavalcata verso l’inferno.
Il tuo pene affonda nella mia cavità più intima con fare prepotente, forte, deciso. Come un’arma letale scava nelle zone più nascoste ed inesplorate del mio essere.
E’ violento, come sempre, è bastardo, come sempre, è affamato di sesso, come sempre.
Vergogna tossica, già lo eri, le prime volte che t’impossessavi di me. Ancora non sapevo.
Affondando i miei artigli nella tua cruda carne, schiaffo il tuo muso perverso, perché così ti piace, e mordo le tue schifose chiappe rugose, come la corteccia di un albero secolare. Con la mano destra zittisco quella lingua biforcuta, bloccando quel vomito d’insulti, che è da sempre lava di un vulcano inarrestabile.
Con l’abilità data dall’esperienza, concludo la mia folle cavalcata affondando in quello sporco, che è il marcio della mia coscienza.
Il tuo pene penzola come uno squallido verme, attaccato al corpo di un invertebrato, svuotato da ogni suo liquido.
Nello specchio, ora, è riflessa una nuova ruga d’espressione, deliziosa ladruncola fa capolino segnando il mio volto, e mi ruba un altro lustro della mia esistenza.
Ancora non sapevo che mi avresti rubato la vita, squallida vergogna tossica, penetrando con prepotenza sotto la gonna della mia quotidianità. Inebriando la mia mente con il sapore del tuo Whisky, che sempre infettava la mia felicità apparente, sbronzandomi del piacere tossico della tua violenza.
Un candido velo impregnato di sangue, occultava il mio pallido volto, nell’attimo prima di abbandonare il calore del mondo terreno, e bruciare nelle fiamme infernali. Nascondeva la vergogna di una vita costellata di eccessi, morte, tradimenti, dolore, ed onesto lavoro.
Non so perché conducessi quella vita, un’esistenza stentata, sacrificata, violentata, schiaffeggiata, vezzeggiata. Non avevo avuto scelta. Ero stata sputata nel mondo come un inutile scarto umano. Una puttana dell’est, destinata a portare odio e amore in una città di cartone, abitata da mille volti di plastica.
Ero il diavolo e Gesù Cristo, la troia e la salvezza, l’ancora e la morte.
Il bianco e il nero si confondevano da sempre, nel luccichio dei miei occhi da bambina, travestita da puttana.
Candide pupille che chiedevano amore ad ogni colpo di morte].
 
[...] Work in Progress_