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venerdì 18 settembre 2015

Sorpresa al tribunale di Milano: La truffa sentimentale non è reato


I Miei Articoli_
 
SORPRESA AL TRIBUNALE DI MILANO: LA TRUFFA SENTIMENTALE NON E' REATO
 
 
Succede a Milano.
Si parla d’amore, sbocciato tra un uomo e una donna, e di un interesse, non del tutto indifferente, per un conto in banca, con un imprecisato numero di zeri.

Si parla di una donna che, dopo aver prestato 16mila euro al suo compagno, il quale le aveva promesso di costruire una famiglia insieme, ed eventualmente anche restituire l’ingente somma di denaro; è stata scaricata, vedendosi restituiti soltanto 280 euro.
Ma partiamo con ordine.

L’amore sboccia a Milano, nel lontano 2009, tra le corsie dell’ospedale di San Raffaele: due infermieri, duro lavoro, turni notturni, due cuori palpitanti, un conto corrente.
L’amore vero al giorno d’oggi è in crisi tanto quanto l’economia italiana. Si sa.
Fin dal principio, lui inizia a bussare ai quattrini; lei abbocca, generosa, innamorata, ingenua, possiamo definirla come meglio vogliamo. Ma la verità è che in amore non c’è portafoglio che tenga.

1500 euro per le tasse sono ancora comprensibili, un momento di crisi, gente che non arriva a fine mese, lui sta nei guai, un affare temporaneo; arriveranno tempi migliori, e l’amore è così grande… Magari si ripaga sotto le lenzuola, in quello che sarà il futuro nido coniugale.

Ma esistono persone al mondo, che una volta datagli una mano per superare una crisi passeggera, si prendono il braccio. E pare sia il caso nostro.

10 mila euro per aprire un fantomatico business in Perù; perché si sa, al giorno d’oggi bisogna fuggire, nell’Italia di Renzi non si combina più nulla.
E non è finita qui. Ora ci vogliono i soldi per il viaggio in Sud America, e anche qualche “centesimo” in più per vivere, in attesa del grande colpo.

Alla fine 16 mila euro sono felicemente volati dal conto bancario della donna, a quello dell’amante.
Un triangolo amoroso piuttosto infelice, che vede protagonisti lui, lei e il portafoglio di lei, non poteva di certo durare a lungo; e come spesso accade, troppi quattrini di mezzo accendono gli animi, i dubbi, i diverbi, e spengono la passione.
L’amore finisce, la coppia scoppia, lui si fa una nuova vita, e una nuova lei.
Alla malcapitata collega di lavoro, altro non resta che aprire gli occhi, armarsi di carica, coraggio, e quella punta di orgoglio femminile, che fino ad ora era rimasta seppellita sotto un mucchio di verdoni.
Se non può avere indietro l’amore, almeno che riabbia i soldi!
Ed eccoci qua, dinnanzi alla dura realtà.
L’infermiera sfortunata si rivolge all’avvocato, parte la denuncia alla procura, il collega fedifrago viene indagato per truffa, e spedito al processo con rito immediato. L’uomo, stando all’imputazione, viene accusato per aver “indotto in errore” la donna, sfruttando il sentimento affettivo.
Ed è qua che arriva la sorpresa dal tribunale.
“Il semplice mentire sui propri sentimenti, ossia la nuda menzogna, non rappresenta una condanna tipica di truffa”. Sono le parole del giudice di Milano a sdoganare uno dei comportamenti più vergognosi, ma anche più antichi e tipici dei nostri tempi.

“La truffa sentimentale è astrattamente concepibile, ma in concreto difficilmente ravvisabile”, spiega il giudice Ilio Mannucci, “nel caso in esame difettano tanto una condotta fraudolenta tipica, quanto un dolo di truffa. Non c’è inganno allorchè il raggiro non sia stato tessuto in modo artificioso attraverso un’alterazione della realtà esterna, o con una menzogna corredata a ragionamenti idonei a farla scambiare per realtà”.
L’amore si sa, viene e va, e in questo caso il “vissero felici e contenti” lo riserviamo ai romanzi rosa, e a chi ancora si può permettere di vivere tra le nuvole. La cruda realtà sbatte un calcio in faccia all’infermiera malcapitata, e uno schiaffo morale alla dignità femminile, che ancora crede nell’amore vero.
In conclusione ingannate il partner, promettendo eterno amore; impegnatevi in infinite coccole, dolci risvegli, passione e sentimento eterni, sostegno, finchè morte non ci separi, e fiori, cioccolatini a san valentino e letterine. Fatelo italiani, e poi, sgonfiate il portafoglio alla dolce metà.
Tutto è lecito, in guerra e in amore.
Dissipate, coppie d’amanti, dissipate, imbrogliate e frodate; ne risponderete soltanto dinnanzi alla vostra coscienza, non di certo in tribunale!
All’infermiera dell’ospedale San Raffaele di Milano, altro non resta se non fare causa alla Disney, la grande multinazionale che ha contribuito ad illudere tante altre donne come lei, dell’esistenza di questo fantomatico “vissero tutti felici e contenti”.
Ma anche in questo caso, alla luce dei fatti narrati poc’anzi, non sarebbe concretamente dimostrabile.
Insomma, possiamo concludere questa drammatica vicenda, accendendo un piccolo lume nelle nostre immacolate coscienze, nella speranza che la frode sentimentale non diventi la nuova vincita al lotto degli italiani. O forse è troppo tardi?

giovedì 17 settembre 2015

La banalità del male_


“L’amore è quanto c’è di più prossimo alla psicosi”.
Così diceva Gustav Jung in una delle sue lettere dedicate al maestro Sigmund Freud.
Condividere il pensiero del filosofo resta una cosa piuttosto elementare ai nostri occhi, alla luce dei fatti di cronaca dai quali siamo bombardati ogni giorno da tutti i notiziari. Fatti che vedono come protagonista una coppia d’innamorati, l’amore al centro di tutto, appunto.
L’amore acido, l’unione letale di una fragile sciroccata (così l’hanno definita), e un mantenuto sadico, è solo uno dei tanti esempi della “follie a deux”, se così vogliamo definirla.
Sto parlando di Alexander Boettcher e della studentessa bocconiana Martina Levato, sui quali pesa un’accusa di lesione gravissima ai danni di Pietro Barbini, il quale rischia di perdere un occhio, e presenta una deturpazione drammatica al viso; in seguito ad una colata di acido, gettatagli in volto dalla ragazza, ex fidanzatina del liceo.
L’aggressione sarebbe stato l’ultimo stadio di una relazione alla deriva, ossessiva, morbosa, una vendetta nei confronti dell’intruso, dimostrazione di una totale devozione da parte di Martina verso il compagno.
Le parole sottomissione, devozione, lealtà assoluta, sembrano comparire spesso, dunque, se si cerca di delineare un profilo psicologico della ragazza, ma non vi è certezza in queste affermazioni, solo leciti dubbi e questioni irrisolte, domande senza risposta insomma, in quanto solo di fronte ad una perizia psichiatrica sarà possibile avere in mano delle verità. Non vi sono dubbi nel descrivere invece Alexander Boettcher: l’ossessione, i deliri d’onnipotenza, un narcisismo portato all’estremo non possono che delineare il carattere dell’uomo che, colto con le mani nella marmellata, non tenta neanche di nascondere i suoi lati oscuri.
La relazione con numerose ragazze, che diventa ossessione di possesso, è uno di questi, il bisturi trovato nella sua abitazione, insieme a dei coltelli da combattimento, un altro.

“Alcune ragazze mi chiedono di incidere le mie iniziali sul loro corpo. E’ forse un reato?”; certo che no, caro Boettcher, ma fortunatamente ancora non è una pratica di uso comune. Ma se vuole anche giocare a fare il tatuatore, chi siamo noi per impedirlo?
Non scordiamo che dall’altra parte c’è ancora Martina Levato, la studentessa bocconiana, che alla luce dei fatti appena descritti appare proprio una ragazza con gravi fragilità emotive, che ha incontrato una sera in discoteca la persona sbagliata.
Il sentiero sottile ed affilato come una lama sul quale lei ha iniziato a muovere i primi passi incerti, era dominato da un’ansia perseverante, che la seguiva costantemente insieme al desiderio di compiacere il suo Alexander The King, come si presentava su facebook. Frammenti di storia di un piccolo re narciso, che necessita d’incontrare nemici nella sua via, per poter alimentare il suo gigantesco ego, e che ha bisogno di vivere le relazioni sentimentali come una competizione, di affermarsi attraverso l’esibizionismo. Come mostrano le foto che pubblica sui social, il suo fisico muscoloso che sfoggia orgoglioso, le due ferite tatuate su entrambe le spalle, che di certo contribuiscono a renderlo ancora più macho.
La storia di un uomo piccolo, come ne esistono tanti al mondo, adorato da donne insicure, che anch’esse purtroppo spopolano sul nostro pianeta.
Ma il colpo di scena avviene qualche giorno fa, quando la “coppia dall’amore acido” si trasforma improvvisamente nel “trio dell’acido”. Entra in scena un terzo uomo, Andrea Magnani, un bancario 32enne, amico di Boettcher . Secondo le indagini il terzo incomodo è servito da chaffeur personale della bella Martina, fornitore dell’arma del delitto, insomma, di materia corrosiva ne avevano un bel po’ con loro, perché in fondo non si sa mai. Accusato di lesioni volontarie gravissime, complice di questo gioco con il fuoco messo in atto da questa coppia acida, passionale, pericolosa, che uccide, o meglio, tenta di farlo, in veste carnevalesca.
“Gli amanti diabolici a volte sono solo un delitto allo specchio, riflesso della nostra coscienza, dalla condanna a morte, anche la loro”.
Come possiamo, alla luce di questi eventi, non riportare alla mente altri due giovani amanti, complici di un’ulteriore strage, Erika e Omar? I due hanno aperto un capitolo della nostra storia, si sono amati e hanno ucciso, e uccidendo sono diventati un mito. Hanno ucciso per diventare un mito. Sentivano il bisogno di far nascere la loro coppia in maniera grandiosa, il loro amore era talmente forte da non poter rimanere inosservato. E ci sono riusciti, e hanno sofferto molto a causa di questa macchia indelebile che li ha marchiati per sempre.
Bornie e Clyde, la coppia malefica tanto amata della televisione, finisce per morire insieme, uniti fino alla fine, nel bene e, come nel loro caso, nel male; Erika e Omar terminano la loro folle corsa omicida odiandosi, e accusandosi a vicenda; la bocconiana e il broker si scambiano parole affettuose, e dalle ultime notizie pare lei porti in grembo il suo erede. Un altro uomo piccolo, ecco di cos’ha bisogno il mondo.
E’ che lo specchio a volte si rompe, a volte no.
Martina e Alexander avrebbero usato Pietro Barbini come una sorta di pedina umana, per farsi vicendevolmente del male, nei momenti critici e frustranti, nei momenti di noia, ultimi trascorsi di questa relazione malata. Malata e banale.

“L’omicidio seriale è un’azione mostruosa messa in atto da due persone, due individui distinti che trovano nell’atto assassino piacere e gratificazione, come se si trattasse di andare al cinema insieme, o a mangiare una pizza. E’ il naturale sfogo di un malessere interiore radicato nel tempo”.

Questo è l’opinione di Ruben de Luca, uno dei massimi esperti dell’omicidio seriale, perché per comprendere a fondo una questione così sottile e complicata, a me piace osservare più punti di vista.
Un’altra vicenda interessante, che mi è sembrato opportuno prendere in considerazione, è il fatto di cronaca che vede come protagonisti i due coniugi di Erba, Olindo Romano e Rosa Blazzi.
La colf e il netturbino hanno ucciso per fare un po’ di pulizia in quel palazzo tanto sporco. Al piano di sopra ce n’era proprio bisogno. Come una professionale donna delle pulizie, Rosa Blazzi, ha eliminato la polvere da quella casa, perché anche il chiasso, gli schiamazzi, i rumori, i pianti continui di quel bambino, il piccolo yussef, possono essere considerati sporco da eliminare. Questa volta, per compiere il suo lavoro alla perfezione com’era solita fare, ha utilizzato un coltello, accompagnata dal marito armato di un martinetto.
Perché noi abbiamo il brutto vizio di dimenticare questi fatti, tristi vicende accadute anni fa, tristi e drammatici, perché si sa, il tempo è il peggior nemico della memoria umana, ma è interessante a volte mandare indietro le lancette dell’orologio per comprendere come la storia si ripeta continuamente, i coltelli continuino ad uccidere, il male continui a manifestarsi ad esplodere nella sua assoluta banalità.
Si, banalità, perché  in questo caso il male non è radicale, non possiede radici profonde e non è grandioso, proprio come non sono grandiosi, malvagi, meno che mai satanici, i protagonisti di tale male.
Riprendo una lettura a me cara, della filosofa Hannah Arendt, che interrogandosi sul “problema” dell’Olocausto, si ritrova ad analizzare la figura di Eichman, uno dei nazisti protagonisti dello sterminio di massa. La filosofa vede in Eichman semplicemente un piccolo borghese, preoccupato per la sua carriera, un amorevole padre di famiglia, né troppo cattivo, né troppo stupido. L’uomo ha obbedito al treno della storia, diventando un volenteroso carnefice, solo perché la storia portava da quella parte, e lui, essendo un cittadino modello, non può far altro che obbedire ai suoi superiori.
Si può riscontrare in tutto ciò una grigia e banale obbedienza, e se Auschwitz è stato il periodo più buio della storia occidentale è solo perché la società era popolata da persone banali, senza spina dorsale, che hanno unicamente obbedito ad agenti dello sterminio.
Il vero pericolo sarebbe dunque identificabile non nel mostro, il Diavolo satanico con gli occhi di fuoco e due corna sulla testa pronte ad infilzare il nemico, ma proprio nei grigi e banali esecutori, deboli, amanti di se stessi, incapaci di pensare, incapaci di giudicarsi.
Secondo Hanna Arendt il male non è radicale ma estremo, non possiede profondità né spessore demoniaco, ma è altrettanto tremendo.
Tremendo e banale, banale e malato.
E niente di più del banale ritroviamo nel male dei due coniugi di Erba, niente di più banale lo riscontriamo in una studentessa bocconiana che si trasforma improvvisamente in una carnefice, pronta a sfigurare belle facce con l’acido corrosivo.
Per amore di un uomo?

E’ l’amore la causa di tutto questa banalità del male?
“L’amore è quanto c’è di più prossimo alla psicosi”, questo diceva Gustav Jung, maestro della psicologia del profondo negli anni della nascita della psicanalisi freudiana.
“Il male non è radicale ma estremo, ed estremo nella sua banalità”, questo diceva Hannah Arendt negli anni immediatamente successivi all’Olocausto.
Momenti lontani, eppure non troppo lontani da non essere chiamati in appello, nel continuo tentativo di dare una risposta a quello che succede nel mondo.
E se la storia pare ripetersi nel nostro presente, cosa dobbiamo attenderci nel nostro futuro?

 

 

mercoledì 16 settembre 2015

Recensione: "La morte è un'opzione accettabile" di Gabriella Grieco.

_Le mie Recensioni_

E sì, a volte mi diletto anche nelle mie recensioni, perché dire la mia, sempre e comunque, è sempre la cosa più allettante_

 
"La morte è un'opzione accettabile"
Romanzo esordio di Gabriella Grieco.
Edito nel 2013 dalla casa editrice "i sognatori".
 



[Una donna sola tiene in scacco milioni di agenti.
Nessuno ha il fegato di muovere un dito, nessuno osa neanche respirare.
La ragione è molto semplice.
La donna stringe tra le dita affusolate ed esperte un detonatore. Il detonatore è collegato a dell’esplosivo. L’esplosivo è assicurato ad una cintura. La cintura è legata al tronco di tre uomini, tre ispettori di polizia, sequestrati, dalle abili mani di una sola donna. Tre uomini sequestrati in una sola stazione di polizia, popolata da centinaia di agenti e di forze dell’ordine].

Potrebbe sembrare, inizialmente, una notizia di cronaca. In fondo di notizie di sequestri, follie, omicidi, rapimenti, i nostri padiglioni auricolari ne sentono a profusione, ogni volta che ci imbattiamo in un telegiornale.
Ma quando si parla di libri, c’è sempre quel nonsochè, quel fattore plus, che affascina noi lettori, e ci tiene attanagliati alla storia, come un cocainomane alla sua droga.
Sto parlando di “La morte è un’opzione accettabile”, una dipendenza piuttosto piacevole, scoperta pochi giorni fa, in quell’affascinante mondo che è il genere thriller.
E il romanzo esordio della scrittrice catanese, Gabriella Grieco, abbraccia appieno tutte le caratteristiche di tale genere.

Come ho già detto, può sembrare inizialmente una notizia di cronaca, ma cambia decisamente aspetto, man mano che ci si inoltra nella lettura, avvicinandosi quasi al mondo del fumetto e, oserei dire alla fantascienza. Sì, perché c’è un qualcosa di magico ed inspiegabile nella metamorfosi di Isabella, che si trasforma quasi in un’eroina perfetta ed invincibile, alla Batwoman, che mantiene, neanche troppo celata, una profonda umanità, e il suo tallone d’Achille.

Il libro possiede una trama fitta, congeniale, scorrevole, molto veloce, (per i miei gusti anche troppo). La storia si srotola e si riavvolge continuamente, attorno ad un fatto di cronaca, avvenuto sette anni prima, che rappresenta il fulcro nodale al quale è abbracciata l’intera vicenda, e attorno al quale essa morirà, attraverso un ultimo respiro, nelle ultime righe del romanzo. Si tratta della morte di un figlio, un dolore colossale e profondo, difficile da esprimere a parole, ma evidente da leggere tra le righe. Si parla di ingiustizia, vergogna, sofferenza, impotenza, riscatto, e vendetta.

La protagonista, una donna glaciale, ferma, risoluta e determinata, è una vittima di un errore burocratico, un classico esempio della malagiustizia italiana, che ha causato, dopo una serie di avvenimenti spiacevoli, il suicidio del figlio. Si parla di malagiustizia, di truffa, ma soprattutto di questa donna che, accecata dal dolore, si trasforma in una eroina dalla doppia vita, pronta a sacrificare la sua vita pur di ottenere giustizia.

“Il suo aspetto mite le faceva gioco. Era soltanto una donna di mezza età ancora piacente, vestita con un semplice tailleur con pantalone e mocassini di pelle scamosciata”.

Queste sono le sole indicazioni che riusciamo ad estrapolare dal libro, riguardo all’aspetto apparente di Isabella. L’autrice, di fatto, si concentra maggiormente sui fatti; l’azione brucia tra le pagine, gli avvenimenti si susseguono, veloci, lesti, quasi accavallandosi. L’aspetto psicologico di questa donna si intuisce da questi, e ne emerge un essere disperato, pronto a tutto, dalla mente geniale, diabolica, immediata. Isabella inscena un piano prodigioso, calcolato nel minimo dettaglio, perfetto. Nessuna sbavatura pervade nella sua risoluta e ferma decisione: vuole vendetta e giustizia. Ed è fermamente determinata ad ottenere ciò che vuole.

Ma c’è un sentimento più grande che si srotola tra le righe del romanzo d’esordio di Gabriella Grieco: l’amore.

Ebbene sì, cari lettori, è ancora l’amore la consapevolezza principale, il principio base, il re dei sentimenti, capace di tenere sotto scacco il mondo intero. E parliamo dell’amore più nobile e profondo che possa esistere al mondo, il legame indissolubile tra madre e figlio.

“Sono i figli che seguono, dolenti per un poco, il feretro dei genitori. Poi riprendono a vivere, com’è giusto che sia, rafforzando il ricordo e allontanando la sofferenza. Ma quando sei tu a sopravvivere a tuo figlio non smetti mai di soffrire, di immaginare la vita che avrebbe avuto, di sentirlo sempre dietro di te, senza più vederlo, toccarlo, mai più. Tacque. Non c’era altro da dire”.

E non c’è proprio più altro da dire, l’amore, che acceca Isabella, si rivela finalmente in tutta la sua potenza, in queste ultime poche righe, ma sgocciola come un rubinetto chiuso male, intingendo l’intero romanzo, e accompagnando a braccetto la narrazione completa.
Un ulteriore punto degno di nota, per il quale merita spendere due parole, è il detonatore. Un piccolo aggeggio che funziona a cessazione di pressione, collegato elettronicamente ad un ricevitore di impulsi, legato ad una cintura, cinta al tronco dei tre ostaggi.
Un esplosivo decisamente congeniale, studiato nel minimo dettaglio, rischi e vantaggi. Arma letale per chi è disposta a tutto, e non ha paura di morire. La morte è comunque un’opziona accettabile.
Un romanzo al femminile, dove la figura della donna si tinge di eroismo, forza, tenacia, ma anche genuinità e amore. E tali caratteristiche emergono non solo nella protagonista, Isabella, ma anche nella figura dell’infermiera Antonella De Santis. Non smetterò mai di chiedermi quanto sarebbe stato più bello, fluido e significativamente brillante, se l’autrice avesse dedicato più spazio a tale figura.
Ma questo non è altro che il gusto personale di una femminista convinta, e di un’amante delle supereroine quale sono; che di certo non può che accentuare la forza di questo romanzo.

 

domenica 13 settembre 2015

Carne da macello_

Frammenti di un racconto_
Un racconto che parla di violenza,
di vita, di una vita violentata_
Piccoli frammenti di una realtà che esiste, celata,
da qualche parte, in ognuno di noi_
 
 
 
[...] Work in progress_
 
 
[ Avrei voluto dare una madre, a quell’insignificante puntino nero dalle lucida corna, avrei voluto dargli un senso, un’umanità, una speranza di salvezza. Invece lo consegnavo nelle mani di una realtà devastante, che lo avrebbe presto tramutato in una vergogna tossica, proprio come suo padre.
Ma anche in quegli attimi; deboli istanti di passaggio, prima di socchiudere definitivamente i miei occhi da bambina spaventata sul mondo, non mi concedevano la tanto attesa serenità.
La vita degradata, violenta e nauseante, come una bottiglia di piscio essiccata al sole, di una squallida puttana dell’est, mi scorreva dinnanzi.
Anni di alcool, lividi e violenze mi scivolavano in gola come una bottiglia di quel liquore invecchiato, che scandiva i ritmi delle mie scopate.
Due occhi appannati, simili a bottoni di una bambola, si perdevano nell’amaro ricordo di quello che fu.
Una vita violata, bramata, fagocitata e rigettata, che ancora non si rassegnava, ancora tentava di fare pulizia in mezzo a tutto quello sporco.
La mia vita faceva aria da tutte le parti. E il ricordo di questa, puzzava terribilmente di morte.
Una vita naufragata in una marea di numeri,5, 24, 2, 48; ma era sempre il 57 a sbarrarmi la giornata.
Di fronte all’uscio di una fredda camera di un motel, vive un cuore, che batte sempre troppo in fretta.
Dita affusolate, secche, cancellano un numero su un foglio di carta.
L’unghia dell’indice sinistro, accuratamente smaltata, porta i segni di una recente rosicchiatura.
Una calda goccia di sudore percorre l’intera guancia, terminando la folle corsa ai piedi del mento.
Petto in fuori, testa alta, occhi fissi.
I lunghi capelli color paglia si sciolgono sulle spalle; ci siamo, manca poco.
La giornata sta per morire sotto il peso dell’ultimo cliente.
Le dita affusolate, nervose ed eleganti, sfiorano leggermente la superficie legnosa della porta, e delineano la sagoma di un debole cuore, che continua a battere troppo forte.
E’ il momento di entrare in scena. Sempre lui, sempre lui, a soffocare la mia anima con quel sorriso bastardo, e due occhi lignei, grandi quanto uno sputo.
Il numero 57.
Quante volte ho osservato il suo sguardo godere del mio corpo?
Sempre lui, nulla di nuovo; un’altra giornata stava per concludersi sotto il peso di un corpo soffocante, il numero 57, l’ultimo numero da sbarrare, l’ultimo numero in cui naufragare, in quella ordinaria routine dal gusto matematico.
La mia immagine, riflessa nello specchio, puzzava di squallore; il volto stanco e tirato, l’ultima ruga d’espressione, il livido volto, scandivano il tempo di giornate tutte uguali, trascorse a sbarrare infiniti numeri, di corpi da dissestare.
Strappandomi via l’ultimo pezzo di stoffa, inizio la mia lunga cavalcata verso l’inferno.
Il tuo pene affonda nella mia cavità più intima con fare prepotente, forte, deciso. Come un’arma letale scava nelle zone più nascoste ed inesplorate del mio essere.
E’ violento, come sempre, è bastardo, come sempre, è affamato di sesso, come sempre.
Vergogna tossica, già lo eri, le prime volte che t’impossessavi di me. Ancora non sapevo.
Affondando i miei artigli nella tua cruda carne, schiaffo il tuo muso perverso, perché così ti piace, e mordo le tue schifose chiappe rugose, come la corteccia di un albero secolare. Con la mano destra zittisco quella lingua biforcuta, bloccando quel vomito d’insulti, che è da sempre lava di un vulcano inarrestabile.
Con l’abilità data dall’esperienza, concludo la mia folle cavalcata affondando in quello sporco, che è il marcio della mia coscienza.
Il tuo pene penzola come uno squallido verme, attaccato al corpo di un invertebrato, svuotato da ogni suo liquido.
Nello specchio, ora, è riflessa una nuova ruga d’espressione, deliziosa ladruncola fa capolino segnando il mio volto, e mi ruba un altro lustro della mia esistenza.
Ancora non sapevo che mi avresti rubato la vita, squallida vergogna tossica, penetrando con prepotenza sotto la gonna della mia quotidianità. Inebriando la mia mente con il sapore del tuo Whisky, che sempre infettava la mia felicità apparente, sbronzandomi del piacere tossico della tua violenza.
Un candido velo impregnato di sangue, occultava il mio pallido volto, nell’attimo prima di abbandonare il calore del mondo terreno, e bruciare nelle fiamme infernali. Nascondeva la vergogna di una vita costellata di eccessi, morte, tradimenti, dolore, ed onesto lavoro.
Non so perché conducessi quella vita, un’esistenza stentata, sacrificata, violentata, schiaffeggiata, vezzeggiata. Non avevo avuto scelta. Ero stata sputata nel mondo come un inutile scarto umano. Una puttana dell’est, destinata a portare odio e amore in una città di cartone, abitata da mille volti di plastica.
Ero il diavolo e Gesù Cristo, la troia e la salvezza, l’ancora e la morte.
Il bianco e il nero si confondevano da sempre, nel luccichio dei miei occhi da bambina, travestita da puttana.
Candide pupille che chiedevano amore ad ogni colpo di morte].
 
[...] Work in Progress_