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domenica 3 gennaio 2016

Zero, 14 storie di dipendenze

Conoscete La Vostra Dipendenza?
Credete davvero di Essere Immuni da ciò che Rende L'Essere Umano_ Umano?
17 Racconti che Trattano l'Invisibile_ iL Tabù_
Quello che Nessuno vuole Vedere_
Quello che Tutti Nascondono_...

"LA DIPENDENZA" vista attraverso 14 Punti di Vista Diversi_
Un'Antologia partorita da 14 Menti_
Prossimamente disponibile Online_
Illustrazione di
Gennaro Varriale Gonzalez
Grafica di +Elisa Bellino (Moi)_
Dulcis in Fundo_ Tre Racconti scritti da Me_
[al di là del sentirmi una venditrice di aspirapolveri... Leggetemi, Leggetemi, Leggetemiii]
Amen_
 
 
_Pillole Dimagranti
_Succo All'Albicocca
_Carne da Macello
 
 
 
 

sabato 2 gennaio 2016

Succo All'Albicocca

 
 
 Succo di Albicocca

Una fragranza sconosciuta, dal sapore agrodolce_

Qualche volta, per sbaglio, può succedere che io mi ricordi di aggiornare il mio blog_
Mi ritrovo a riscoprire il piacere di scrivere quando dovrei studiare, e impegnare il mio buon tempo in qualcosa di più fruttuoso, per il mio futuro. Il futuro? Che buco nell'acqua.
Dalle memorie di una ragazza incredibilmente stropicciata e incasinata.
Si chiamava Elisa, non era bella, non era alta, ma era allegra, e anche terribilmente triste.
 
 
 



[ ...]

[L’unghia smaltata di rosso portava i segni di una vita masticata, e vomitata nel cesso. La stessa unghia apparteneva ad un piedino da principessa, che poggiava la pesantezza del suo essere su una sbarra da prigione. Grattando contro la grata metallica l’unghia si colorava di ruggine, quel lungo processo di corrosione del ferro, piangendo tristi lacrime di materia. Esalare un soffio d’aria calda era un’operazione difficile con un macigno di cemento premuto sul petto; il respiro mi si bloccava in gola, impedendo ogni naturale funzione biologica.

Soffocare era la sola alternativa.]
[...]
 
[50 ml di succo di albicocca gorgogliavano felici nel mio stomaco, regalandomi una stomachevole sensazione di sazietà. Il cuore pompava sangue carico di zuccheri al mio cervello. Pericolose sensazioni di consapevolezza invadevano il mio sistema nervoso. La consapevolezza di vivere sottomessa alle inflessibili regole di una dipendenza. Una dipendenza che mi avrebbe di certo uccisa.

Il miscuglio omogeneo si faceva largo nel mio organismo, inglobando i miei globuli rossi, i bianchi, e anche le piastrine. L’intero sistema immunitario era stato soppresso da una soluzione zuccherina, grumosa, melmosa come il fango, accompagnata da migliaia di molecole di saccarosio.]

 


 

sabato 24 ottobre 2015

Dipendenza da smartphone

I Miei Articoli_

Dipendenza da Smartphone_


 



[Basta entrare in una metropolitana, salire su un autobus, frequentare un locale affollato, per rendersi conto di quanto il nostro sguardo si sia abbassato. Letteralmente. Quanti di noi si guardano ancora negli occhi?
Siamo sempre impregnati, rapiti dai nostri smartphone. Sempre connessi, modalità online. Al punto di perdere il contatto con la realtà.
Il web è uno strumento, e come tale amplifica tutto. Il fenomeno del bullismo diventa cyber, aggravando le conseguenze, perché le relazioni virtuali sono molto diverse da quelle reali. Lo sapevate?
Internet può essere uno spietato carnefice. E’ sufficiente aprire le pagine di cronaca di un quotidiano per leggere di branchi che deridono e perseguitano un ragazzo omosessuale, una ragazza in sovrappeso, o chiunque venga percepito come “diverso”.
Omofobia. Ancora pura omofobia.
Ci sono vittime del web che, non sapendo come reagire, scelgono il suicidio.
Come si può arrivare a gesti tanto estremi?
In inglese vengono definite “Social Network addiction”, e “friendship addiction”, e sono una sorta di dipendenza da connessione, aggiornamento, e controllo della propria pagina web, e da amicizia, o meglio la ricerca di nuove amicizie virtuali.

La dipendenza da social network è molto diffusa, e come avviene nelle altre dipendenze, è causa di non pochi problemi. Gli atteggiamenti di uso ed abuso di questi siti web ed il loro perpetrarsi, fino addirittura alla dipendenza, sono innescati e portati avanti da meccanismi psicologici e neurologici di piacere, soddisfazione, affettività ed autostima. A livello celebrale vengono rilasciate maggiori quantità di sostanze psico-attivanti e a livello mentale si creano meccanismi e schemi ricompensatori che portano al riutilizzo continuo e sempre maggiore.
Nel 2008 la diffusione di Facebook è stata così esponenziale da posizionare l'Italia al primo posto della classifica mondiale dei paesi con maggiore percentuale di incremento utenti. In pochi anni Facebook e divenuto uno dei dieci siti maggiormente cliccati e frequentati del web, acquisendo in breve tempo milioni e milioni di utenti in tutto il globo.
E’ una risorsa immensa, il web, che si muove e si sviluppa rapidissimamente, tanto da assorbire completamente la vita dell’uomo. Ma qual è la sottile differenza tra “dominare” internet, e lasciarsi assorbire da esso?

Come possiamo immaginare è più sottile di quanto appaia.
La dipendenza dai Social Networks sembra essere dovuta al forte senso di sicurezza, di personalità e di socialità (in una società sempre meno connotata dai contatti sociali) che tale forma di siti sono in grado di fornire. L' assuefazione dai social network potrebbe essere causata dalla fermezza, e dalla socialità, che questi siti sono appunto in grado di fornire, grazie alle loro infinite applicazioni. Come le altre dipendenze, porta le proprie conseguenze e i propri problemi. Quelli più riscontrati a causa di questa patologia sono l’emicrania (l’effetto più diffuso), la tachicardia e una ipersudorazione.

Questa dipendenza si sta diffondendo a macchia d’olio.
Ansia, depressione, stress sono decisamente dei fattori predittivi.
Quando si attraversa un momento di difficoltà, il computer e le sue risorse illimitate possono ridurre notevolmente lo stato di disagio sperimentato, l’ansia o il senso di solitudine, offrendo opportunità di svago e alleggerimento della mente (un veloce calmante che devia dal problema vissuto in quel dato momento).

Si rischia in questo modo di instaurare un circuito vizioso per cui, ogni volta che si è in una situazione conflittuale, si preferisce tornare a distrarsi creando una dipendenza, non una soluzione al problema, che invece permane ed, anzi, viene così alimentato.
Altri elementi predittivi possono essere la preesistenza di un’altra condizione di dipendenza (ad esempio alcol, droghe o gioco compulsivo); difficoltà relazionali; fobie o isolamento sociale.

Ma non è finita qua.
Secondo il “Pew Research Center”, tale dipendenza non è esclusivamente un problema giovanile. Si conta che il 65% degli adulti americani utilizza quotidianamente social network, un numero che è aumentato costantemente dal 7% del 2005, quando la loro ricerca è iniziata. La pandemia digitale è diventata così grave, che è quasi più comune vedere una persona assorta nel suo smartphone, piuttosto che scambiarci uno sguardo d’intesa, o un sorriso malizioso.


Dov’è finita la vita reale?
Tutto questo riguarda ognuno di noi, senza eccezioni.

Per interpretare ulteriormente quanto questa dipendenza sia reale e significativa, il fotografo Eric Pickersgill ha scattato e pubblicato una serie di fotografie di vita quotidiana, eliminando un fattore comune: tutti i dispositivi elettronici sono stati rimossi.

Il progetto s’intitola “Rimosso”, e non fa altro che sottolineare il disagio che ci siamo creati.

Sicuramente tutti noi possiamo osservare qualcosa di simile attorno a noi, o comunque lo viviamo inconsapevolmente.
Non trovate questo progetto estremamente illuminante?
Ciò che emerge da queste fotografie è di certo una senso di straniamento, alienazione dell’essere umano, mancanza. Si, mancanza. E’ come se mancasse un tassello importante, un ultimo pezzo del puzzle, per completare armoniosamente l’immagine. E’ triste realizzare che ciò che manca, che cattura l’attenzione di tutti, è proprio uno smartphone.

Le fotografie rappresentano attimi di vita quotidiana, facilmente interpretabili, e riconducibili alla nostra esperienza personale. Eppure non è la classica scenetta da “Mulino Bianco”, quella che si staglia dinnanzi ai nostri occhi.

Mani occupate, impegnate, affette dal “Mal di smartphone”, pollici ed indici affaticati dall’uso smodato di pc, tablet, ora si ritrovano vuote, ma pur sempre “in posizione smartphone”. Mani che potrebbero essere unite, e utilizzate in modi più umani, reali, vivi.
 

Il rischio più grande di questa dipendenza, è sicuramente quello di non avere più tempo per le relazioni interpersonali vere e proprie, concentrandosi solo su quelle on line. Ne risente il rapporto diretto e il confronto sia fra amici che fra coppie.
Sembra si sia completamente persa la bellezza che contraddistingue il guardarsi mentre ci si confronta, e il far trasparire le proprie emozioni tramite la mimica facciale, aumentando anche la possibilità di mentire, e mantenere la relazione ad un livello più distaccato e freddo. Tralasciamo o dimenticano di fare cose necessarie, anche cose fondamentali per la vita di tutti i giorni. Ritardiamo i pasti o addirittura ci dimentichiamo di mangiare, di bere, di dormire; saltiamo gli appuntamenti o arriviamo tardi al lavoro, o a scuola.
Avete mai sentito parlare di nomophobia, o smartphone-zombie?
Si, sono termini coniati di recente, ma che fanno riferimento ad una dipendenza della quale tutti, ma proprio tutti, ne stiamo diventando schiavi.

Se vi capita di uscire per strada con un caricabatterie in borsa, se siete sempre alla ricerca di una presa elettrica disponibile, se andate fuori di testa perché siamo nel 2015 e le prese dei treni non funzionano mai, se avete paura di restare senza il vostro telefonino, restando senza batteria, o credito.

Bene, questo articolo è rivolto anche a voi, che attraversate a città alienati da un aggeggino tra le mani; un aggeggino che in qualche strano modo riesce ad assorbire totalmente le nostre giornate. Per voi, che vi ritrovate a camminare per strade che conoscete a memoria senza neanche guardarvi attorno, che salite su mezzi pubblici senza mai alzare lo sguardo, senza minimamente preoccuparvi della vostra incolumità.
Potreste pestare un assegno da 8 milioni di dollari senza neanche accorgervene.

La tecnologia ha migliorato notevolmente la nostra vita. E’ questo che fa il progresso.
E ora siamo tutti a testa bassa, a guardare quei piccoli schermi che teniamo stretti tra le mani, dimostrando un totale disinteresse per il mondo che ci circonda. Presentiamo tutti lo stesso atteggiamento ossessivo-compulsivo di dipendenza da smartphone, senza neanche rendercene conto.

Stiamo mancando di rispetto al mondo intero, alla bellezza che ci circonda, con il nostro amore per la tecnologia?
Siamo davvero diventati così alienati, da preferire uno schermo piatto ad un bel viso sorridente?
Forse siamo tutti alla ricerca di persone che ci facciano dimenticare di controllare continuamente lo smartphone.
O probabilmente, sono ancora una volta troppo ingenua, da credere ancora nell’umanità.
E allora proviamo ad alzare gli occhi, dimentichiamo un attimo lo smartphone, e guardiamo verso l’alto, per vedere se il cielo è azzurro, grigio, o verde; sorridiamo alla signora che ci siede di fronte, perché anche un piccolo gesto, può cambiare la giornata di qualcuno].

sabato 12 settembre 2015

Pillole Dimagranti


Pillole Dimagranti_

Frammenti di materiali organici_
Frammenti di un racconto, che racconta tutto, o forse nulla.
Work in progress_


[...]
[“Lasciate ogni speranza voi che entrate”. Scendo i gradini dell’osteria, e mi sembra di entrare in un girone dantesco, dove indietro non si può più tornare. Il brucaliffo mi sbarra il portone alle spalle, sogghignando, mostrandomi i suoi denti, simili a frammenti di petrolio, derivati dalla decomposizione di grandi ammassi di materiale organico e animale. Abbandono ogni speranza, decido di lasciarmi cullare da una fine atroce quanto dolorosa. Forse sto già salendo in paradiso, o precipitando negli inferi, o forse il cameriere sta semplicemente elencandomi i piatti del giorno, ammaliandomi con un sex appeal alimentare. Una tentazione alla quale non posso resistere.
Terremoto di magnitudo 7.1.
Il mio stomaco si apre in uno squarcio abominevole e spaventoso, che nessun miracolo chirurgico potrebbe mai ricucirmi. La fame mi assale, si impossessa di me. Vorrei raggiungere le mie pillole miracolose, devono pur essere nascoste da qualche parte.
Ho bisogno delle mie pillole.
Ho bisogno di cibo.
Ho bisogno delle mie pillole.

Ingredienti: Alga ficus, iodio 0,1% (fucus vesiculosus tallo); agente di carica: calcio fosfato  bibasico; maltodestrine; amido di mais; antiagglomerante: magneso sistearato; acido clorogenico.
Bastava un attimo. Ma era già troppo tardi.
Prima che il mio sistema nervoso potesse avere il tempo necessario per ordinare al corpo di fuggire a gambe levate, il mio sedere fasciato da quel paio di pantaloni troppo stretti, già si stava addentrando nella foresta della perdizione, costellata da migliaia di tavolini apparecchiati ed infiocchettati. Tutto era avvolto da una nube densa e pesante, simile ad una cappa di fumo che volteggia nell’aria, accompagna ogni tuo sospiro, e si sedimenta sui fianchi ad ogni tuo respiro. Mi appesantivo ad ogni passo. Le calorie s’intrufolavano in me invadendo il mio sistema vitale. Mi avvolgevano la cavità nasale, le labbra, i timpani, i bulbi oculari. Non avevo scampo. Tutto intorno a me parlava di cibo. Le persone che mi sorridevano accanto, ingurgitando il loro pasto come dei maiali, con ingordigia, voracità, senza alcun indugio e interruzione. Temevo potessero ingoiare anche me nella loro furia assasina.

Intanto, occupavo il mio posto in fondo alla sala, riscaldando l’ultima seggiola della taverna con il calore del mio sedere. Silenziosamente, come una ballerina di danza classica, avevo sfilato accanto ai commensali, sfoggiando le mie quattro ossa, come ultimo trofeo di una miserabile esistenza.
Un’esistenza appesa all’ago di una bilancia, trascorsa a gareggiare una maratona dove tu sei unicamente l’ombra di una bambola perfetta, che volteggia dall’alto di un paio di Manolo bianche, accompagnata dal vento, e spazzata via da un soffio di aria fresca.

Un’esistenza trascorsa a volteggiare per la città di Macerata, accompagnata da continue crisi d’astinenza da pillole dimagranti. Una dipendenza inconsueta, che ti stravolge la vita inducendoti ad imprese folli. Ero una cocainomane affetta dalla sindrome del dimagrimento, che sballottola per le vie della città come una palina di flipper impazzita. Il mondo attorno a me non poteva vedermi: correvo più veloce del vento, e la mia determinazione scorreva come acciaio vivo dritto nelle mie vene. Un sottile velo di bava alla bocca tradiva l’innocenza di una ragazza, che altro non era più di un automa drogato, travestito da principessa.
Occupavo il mio posto in fondo alla sala, riscaldando l’ultima seggiola della taverna con il calore del mio sedere.
Aspettando la mangiatoria, regnava il silenzio. Il brucaliffo fumava pacifico, appoggiato al poggiolo, accanto alla porta d’ingresso. I commensali terminavano il loro nutrimento in silenzio, ammutiti, quasi come tutti, all’interno della taverna, fossero consci di una terribile catastrofe che avrebbe presto scatenato l’inferno, e scombussolato per sempre le loro inutili esistenze.

Io digrignavo i denti, serravo la mandibola, torcevo nervosamente le mie dita martoriate. Tentavo inutilmente di sviare la mi fragile mente da un terrorismo alimentare, che in pochi minuti avrebbe lacerato le mie giovani carni. Ma era tutto inutile.
Ero una tossicodipendente a pochi minuti dall’iniezione della tanto attesa dose, dopo settimane di un’astinenza rovinosa. Le pupille si dilatavano a dismisura, un olezzo di alio misto a sughetto cotto al punto giusto, proveniva dalla cucina della taverna; avvertivo la sofferenza, e l’odore delle vivande mi bruciava nel petto.

Il piede sinistro ticchettava nervosamente a terra, il gommino della Manolo combatteva un’infinita guerra contro un pavimento liscio, che opponeva all’elegante calzatura una forza di attrito opposta, e un’attrazione oleosa, data dalla scarsa pulizia della taverna.
Olio fritto, sughetto di pomodorini e alio. Il vapore delle pietanze si mescolava agli sbuffi di fumo che ingoiavano voracemente il sigaro del brucaliffo, nel momento stesso in cui si avvicinava pesantemente a me, invadendo la mia presenza con il suo odore stantio, rancido, raffermo, come formaggio andato a male, vino rosso inacidito, e cadavere putrefatto. Le cozze alla diavola troneggiavano dinnanzi a me, sfidandomi nella loro imponenza e pesantezza, consapevoli di essere più potenti di me. Il piatto sorretto dall’artiglio peloso del mio carnefice, sbatteva infine sul tavolo, provocando un rumore sordo e un poco fastidioso, come unghie affilate contro la parete di una lavagna, o forse era solo il mio cuore, che sgusciava fuori dalla regione cardiaca, per pompare voracemente il sangue nelle arterie, fino a scoppiare.
Vorace, ingorda, insaziabile, violenta, distruttiva.
Una passione che mi lacerava dentro, una violenza che mi stringeva la gola, soffocandomi lentamente nell’aroma di una pietanza piccante.

Allargavo rapidamente le pareti del mio stomaco, nel momento stesso in cui serravo violentemente le finestre della mia anima.
Non necessitavo di convenevoli, ringraziamenti, finti sorrisi di chi finge di non capire. Desideravo che il mondo intorno a me potesse fermarsi in quell’istante. Affogavo l’intera popolazione maceratese in una lava vulcanica scottante, composta da sugo di pomodoro, alio, un poco di rosmarino, e una vagonata di veleno. Le mie pupille dilatate lanciavano lampi e fulmini. Dovevano morire. Il mondo intero doveva morire. Esattamente come stavo morendo io in quell’istante.

Mi buttai nelle cozze, precipitandomi in quella pericolosa avventura, che avrebbe di certo lacerato le mie pallide membra. Mi inabissai nella salsa, affogai le mie livide dita nel sugo. I lamellibranchi venivano forzati dentro la loro conchiglia con merovingica ferocia, quasi me li inghiottivo interi. La mia anima si squarciava, vittima di una battaglia interna senza precedenti; i gusci venivano rigettati sul piatto, esattamente come le mie ossa erano state maciullate, masticate, e poi sputate.
Come una furia assassina affrontavo il mio acerrimo nemico; facevo l’amore con un’altra me, quella che da sempre rinnegavo, e affogavo i miei sensi di colpa nella salsa di pomodoro.]

[...]
Work in Progress_