lunedì 3 ottobre 2016

Storie di un caffè diventato leggenda


“Vorrei un caffè.
Caffè espresso, decaffeinato, caffè in vetro, caffè corto, caffè lungo, macchiato, schiumato, corretto, caffè americano, caffè napoletano, alla nocciola, al gingseng, cappuccino, mocaccino, caffè in ghiaccio, con latte di soia, di mandorla, caffè shakerato, caffè d'orzo, marocchino, caffè dello studente, caffè brasiliano, caffè al limone, cocco caffècaffè allegro...”



Ecco, l'ultimo caffè lo lasciò particolarmente perplesso, inducendolo a pensare che forse il preparatissimo cameriere di questo bar super raffinato si stesse prendendo gioco di lui, e stesse inventando di sana pianta nuove composizioni di caffeina, giusto per metterlo in difficoltà.
_“Le sembro forse una persona allegra? Un caffè e basta”.
L'uomo stizzoso e brontolone digrignò i denti pronunciando questa ultima frase, che tuonò nell'atmosfera come lo squittio di un topo a cui hanno appena schiacciato la coda; fece vibrare i baffetti bagnati di saliva, e infuocare un poco gli occhietti vispi, traboccanti di solitudine.

La risposta arrivò inaspettata, come il vino amaro e i frutti di quella pianta, caduti troppe volte a marcire nel cemento.
“Le persone felici leggono libri e bevono tanti caffè”.
Era il tempo lontano della seconda Guerra Mondiale. Tempo di morte, crisi e cannonate.
Era una Napoli che si svegliava stropicciata, cercando di andare avanti, perchè la guerra non può durare per sempre. Almeno così dicono. E noi ci credevamo.
Era tempo di solidarietà e larghi sorrisi sinceri.
Era tempo di caffè, tanti buoni caffè all'italiana, aromatizzati di quella felicità, che un po' restava in fondo alla tazza.
Era tempo di solidarietà in un momento critico della storia italiana, e chi poteva permetterselo, pagava alla cassa il proprio caffè, e ne regalava uno al prossimo.
Come a dire che, in fondo, siamo tutti felici.
Dietro ad ogni tazzina di caffè, con quell'aroma di felicità che resta attaccato al fondo, insieme a quei granelli di zucchero intrappolati dal liquido caldo, che sporca la ceramica di bollenti spruzzi color cioccolato, c'è una bellissima storia da raccontare.
Non c'è intimità più profonda di quella che unisce le persone la mattina, davanti a un buon caffè.
E' un chicco di aroma che profuma di pace. Se esiste una bevanda, al mondo, che unisce tutti, ma proprio tutti, dopo l'acqua, questa è di certo il caffè.
E' sulla bocca di tutti, con il suo aroma inebriante, la crema compatta e resistente, il gusto persistente e vellutato.

C'è chi racconta di un caffè preso per caso, in un baretto di provincia, chi invece all'Autogrill ruota energicamente il cucchiaino all'interno della tazzina, riflettendo sui km che ancora deve percorrere.
C'è chi si infila infreddolito in un caotico bar del centro, scrollandosi di dosso l'acqua piovana e lo stress di una giornata uggiosa che continua a girare, e non accenna ad arrestarsi. Sorseggia il suo caffè amaro e ristretto, all'italiana, grato dell'aroma intenso e potente che la vita gli ha generosamente concesso quel martedì sera. Ed è quello stesso martedì che entra improvvisamente lei; le labbra rosse socchiuse, le pupille sorridenti, le ciglia folte che sbattono all'unisono, scrollando dal corpo il peso di quel cielo colorato di cemento.
Nessuno poteva immaginare che, attorno ad un semplice caffè, potessero nascere mille storie.



Tante storie che fioriscono e s'intrecciano, quando percepiamo, nel profondo dei nostri cuori, che qualcosa sta cambiando. Quando avvertiamo che sorseggiare una semplice bevanda calda, che sfiora il palato, scivolando lungo la faringe, scaldando il cuore, può essere vissuta come un prezioso momento di ascolto e di arricchimento personale. Un'esperienza sensoriale completa ed estremamente appagante. E' così che le papille gustative danzano a ritmo di una musica mai sentita, e il muscolo cardiaco inizia a pompare flebili battiti.

Una bevanda semplice quanto complessa, una magia e armonia di miscele data dalla mescolanza di più cultivar di caffè, differenti qualità per tipo di beneficio e Paese di provenienza. Sono elementi che integrano e amalgamano pregi e caratteristiche particolari, dando vita ad un prodotto equilibrato e ben preciso nel gusto, nell'aroma e nel corpo. Il nostro caffè, dalla raccolta del chicco, alla miscelazione, la tostatura e la macinazione. Ogni lavorazione influenza il prodotto finale che gusteremo nella nostra tazzina.

Si celebra il primo ottobre la giornata internazionale del caffè, che non è più una semplice bevanda, ma un vero e proprio rito made in Italy che affonda le sue radici nel passato.
Si dice che già nel 1700 fosse conosciuto e apprezzato come prodotto, soprattutto dalle classi sociali più agiate e nobili. Da allora il semplice gesto di sorseggiare una tazzina di caffè è diventato un gesto automatico, un luogo di incontro, una pausa in allegria, parte integrante delle vite di ognuno di noi.
Le statistiche ci suggeriscono inoltre che in media un italiano beve circa 4 caffè al giorno, di cui due solitamente a casa, uno al bar, e uno in ufficio.
“Le persone felici leggono libri e bevono tanti caffè”.
E poi c'è lo stesso uomo, ve lo ricordate? Entra nello stesso bar, anni dopo, allenta il viso, che mostra gli inevitabili segni del tempo e, rilassandosi, scioglie le labbra in un allegro sorriso. Alla mano destra tiene stretti due occhi color miele, e un paio di folte ciglia, che battono all'unisono, sorridendo timidamente. E' lo stesso uomo con l'impermeabile zuppo di acqua piovana, che però, non soffre più il freddo. Un anello al dito dei due sigla un'unione d'amore, che scorre liquida e bollente, dividendosi in due tazzine da caffè. Sorride e, preso da quell'improvvisa ebrezza di allegria, invece di due caffè ne paga tre. Un caffè offerto all'umanità.
Negli anni 50 correva il tempo lontano della Seconda Guerra mondiale.
Era tempo di solidarietà in un momento critico, e c'era un caffè di cui tutta la città parlava.
Un caffè che è diventato leggenda.

http://www.ultimavoce.it/caffe22799-2/

giovedì 9 giugno 2016

La cultura dello stupro

Ebbene si, esiste una cultura dello stupro. E' una cultura radicata all'interno di noi, appiccicata, come se fosse una seconda pelle.

_Sfoggiavo la mia cultura dello stupro a sei anni, quando, nel corridoio della scuola, il mio compagno di classe mi spingeva giù dalle scale. Mi slogai la caviglia. Ricordo il mio pianto ininterrotto, e il dolore, che mi pulsava in testa, annebbiandomi la mente.
Bambina mia, ma cos'avrai mai detto al tuo compagno, per farlo adirare così?”
Cos'avrò mai detto?



_Sfoggiavo la mia cultura dello stupro nello stesso modo in cui indossavo le mie mutandine costose, con il pizzetto rosso, sotto ad un paio di pantaloni attillatissimi bianchi, una delle tante sere in cui tentavo disperatamente di farmi notare da lui.
Di cose stupide noi ragazze ne facciamo tante, è vero.

_Portavo il peso della cultura dello stupro come un nodo in gola, difficile da mandare giù insieme a un grumo di saliva; anche quelle sere a cena, quando lo zio bofonchiava sputacchiando sotto i baffi, che le donne stuprate se la vanno a cercare. Chinavo il capo sul piatto, tentando disperatamente di nascondere il mio cocente imbarazzo.
Ancora non so se odiassi più lui, o me stessa.
Scorrevo mentalmente l'immagine del mio corredo intimo, nell'armadio, ben nascosto, al riparo da sguardi indiscreti; e mi chiedevo cos'avrebbe pensato di me, della sua dolce nipotina.

La verità è che non ho mai voluto spendere un'esistenza ad essere nient'altro che cibo per i poveri, merce avariata, un corpicino a basso costo, carne fresca, quella che trovi in svendita al supermercato; solo per chi è davvero affamato.
Non ho mai voluto sentir parlare delle mie cosce, del mio pube.
Non ho mai voluto sentir parlare del mio sapore,
non ho mai voluto essere un bersaglio, il premio di consolazione di una partita di poker.
Non sono nata per essere una vittima, e non accetto che mi si dica che, noi donne siamo esseri deboli, nate con due cromosomi x nel corredo biologico. Che siamo destinate ad essere prede invisibili, oggetto del desiderio di un cane affamato.
Non ho scritto fragile nel DNA, e non sono venuta al mondo per osservare allo specchio i miei fianchi allargarsi, sempre più, il mio corpo ammorbidirsi come burro al sole, pronto per accogliere una nuova vita all'interno, biologicamente portato a partorire.
Non accetterò mai di essere geneticamente predisposta a non essere una combattente. Perchè noi donne siamo anche guerriere, e lo dimostriamo giorno dopo giorno.

Uno stupro è comunque uno stupro.
_Uno stupro è alzarsi la mattina, e ritrovarsi parti di quell'uomo dentro di te. Un pezzetto del suo ginocchio, proprio lì, incastonato nella mia coscia, i segni dei suoi denti nella mia carne.
_Uno stupro è un lavaggio continuo di lenzuola, perchè ci sarà sempre qualcosa, quella piccola macchia, che ti farà rimbombare i ricordi in mente, come un tuono, quella macchia, che t'impedisce di stare in pace con te stessa.
_Uno stupro è non riuscire più ad indossare quel vestitino rosso che ti stava tanto bene, senza sentirti sporca.
_Uno stupro è coprire i segni rimasti sulla pelle con un fondotinta che non è del colore della tua naturale carnagione.
_Uno stupro è buttare via quelle mutandine, pensando che forse, tuo zio, non aveva tutti i torti.
Non voglio sentir parlare del mio sapore, non voglio soffocare il mio corpo sotto lenzuola violate, non voglio graffiarmi il ventre la notte, da sola, osservando schifata il mio riflesso allo specchio, con due pupille sanguinanti. Non voglio farmi del male. E non voglio neanche sentirmi dire che sono stata fortunata, perchè quella sera erano in tre a spogliarmi, con la bava alla bocca, strafatti di chissà cosa; perchè dentro di me, in fondo, ci stava solo una mano, o forse più di una. Cosa vuoi che sia. Forse avrei anche dovuto ringraziarli, era una bravata del sabato sera, domani sarà tutto passato.
Questo era quello che pensavo.
Ma in fondo non sono nient'altro che un essere debole. Nulla è mai abbastanza. Nulla è mai abbastanza, perchè verranno anche a giustificarmi lo stupro, dicendomi addirittura che sei mesi di carcere sono davvero troppi per un povero ragazzo, nel fiore degli anni. E' tutta colpa dell'alcool, della nottata brava, del sabato sera. Nulla è mai abbastanza, perchè verranno ancora a definirmi lo stupro come una bravata da sabato sera.
Lui era un mangiatore di bistecche sempre sorridente, e io proprio non credevo di profumare di manzo.
Non possiamo rovinargli la vita a causa di un piccolo ed innocente errore, durato una ventina di minuti.
Questo è quello che le mie pupille color miele si ritrovano a leggere, in un articolo pubblicato da Wired, nella giornata di oggi. Mi giustificheranno lo stupro, perchè io, essere infinitamente inferiore, neanche esisto.
Accade negli Stati Uniti, e ciò che fa riflettere maggiormente, è che si tratta niente meno di una lettera, scritta di pugno dal papà dello stupratore, il povero Brock, un campione, distrutto da un'ingiusta sentenza del tribunale.
Inorridita e basita, rifletto su quanto sia incredibile l'egoismo umano, e l'educazione impartita a tali ragazzi, cresciuti dai loro genitori a pane e narcisismo.

Questa è, in breve, la storia di Brock Turner.
E' la storia di un campione che sta vivendo un momento difficile, e subendo una punizione ingiusta, per soli 20 minuti di stupro sabatoserale. E' la storia di un ragazzo per bene, un così detto maschio alfa, sempre il sorriso sul volto, e che, secondo il papà, dovrebbe proprio andare nelle scuole, ad impartire lezioni di binge drinking, spiegando quanto questo possa portare a conseguenze catastrofiche. Sarebbe di certo molto credibile come educatore studentesco. Penso che rimarrei appesa nel mio cocente dubbio, se prenderlo a sassate, o lanciargli in faccia il suo amato manzo.
Ma in realtà so che non farei nulla. Rimarrei impietrita, paralizzata dall'ignoranza umana, e rivolgerei un pensiero a quella povera ragazza invisibile, che quella sera è stata assaggiata, aperta, e poi gettata, dietro a quel cassonetto.
Perchè di certo Brock non ricorda il suo sapore, ma lei come sta?
Si starà forse graffiando il ventre davanti allo specchio, con le pupille insanguinate, e l'anima sventrata?

Ditemi ora, se davvero, tutto questo può non esistere.

Articolo pubblicato su Ultima Voce: http://www.ultimavoce.it/13831-2/

lunedì 30 maggio 2016

#NeverTrump, quando il paradosso diventa insostenibile

Non ditelo a nessuno, non sia mai che si venga a sapere, ma... Voterò Donald Trump.
In America una cosa del genere non si era mai vista. Stiamo assistendo, noi, spettatori d'oltreoceano, ad un Grande Fratello di tutto rispetto; dove i concorrenti si gettano fango addosso, come se non ci fosse un domani, e non mancano di corteggiare il pubblico, come una seducente donna da portarsi a letto. Ma non è questo. Non solo. Parliamo di un intero partito che si rivolta contro un solo candidato, e non uno qualsiasi, ma proprio il favorito: il famigerato Donald Trump.

Siamo starti bombardati da notizie in diretta, dall'estremo occidente, dalla casa degli orrori; news che ci hanno fatto accapponare la pelle, contorcere le budella, rivoltare le viscere, rizzare i peli, dalla ridicolaggine e follia del suddetto candidato alla presidenza.
L'intero establishment politico/culturale repubblicano sta disperatamente facendo terra bruciata intorno al Trump; ma, quel che si teme con non poca angoscia, è che sia davvero troppo tardi.
Le accuse rivolte a Mr Bellicapelli sono innumerevoli; quando va bene gli dicono che la sua visione protezionistica getterà di certo sul lastrico l'America, che è impossibile costringere il Messico a pagare la costruzione di un muro, al confine con gli USA, per lasciare “a casa loro” i clandestini. Gli ricordano anche, giusto per informazione gratuita, che dare la caccia alle famiglie dei terroristi, utilizzando le forze speciali, si chiama crimine di guerra.
Quello che stupisce, e che mi lascia di stucco, senza parole, non è tanto capire perchè sia il più odiato d'America, così tanto odiato, che è stato addirittura coniato in suo onore l'hashtag #NeverTrump; ma perchè, d'altro canto, tutti lo votino. Perchè, volente o nolente, è un dato di fatto.
Sta succedendo qualcosa, in America, che ci sta sfuggendo di mano. Ma cosa? Perchè dare corda ad un ridicolo parrucchino sintetico?

Ho riflettuto a lungo, prima di gettarmi nella scrittura. Ho meditato, letto, riletto, ho tentato addirittura di immedesimarmi in una cittadina americana, appartenente magari ad una classe media, una neolaureata quale di fatto sono, che segue assiduamente la politica del suo Paese, in quanto desidera seriamente, nel profondo, il meglio per il suo futuro, e per quello dei suoi connazionali.
E' stato in quel momento di profonda crisi d'indentità, che ho deciso di addentrarmi nella pericolosa ricerca dell'altra faccia della medaglia. Intrufolandomi in quel meraviglioso mondo del web, mi sono avvicinata, timidamente, a tutte quelle persone che Donald Trump, no lo odiano affatto.
Non nego il turbine di emozioni che ha invaso il mio corpo, pervaso da una curiosità ossessiva; eccitazione mista ad estremo timore: cosa potrà mai suggerirmi una persona che apprezza, ed è pronta a votare a favore di un folle?
Trump, il cattivo d'America, eppure il preferito. Un paradosso interessante. Non credete? Non provate anche voi l'incredibile desiderio di andare a fondo, di vederci chiaro?
Perchè votare il pittoresco candidato repubblicano?
Noi europei non siamo altro che spettatori distratti, in cerca di scoop, e ventate di fresche di novità, provenienti, come brezza marina, d'oltreoceano. Siamo schizzinosi, molto, e il fatto che il buffone dal parrucchino arancione stia ottendendo tutti questi consensi, ci fa storcere il naso. Difficile comprendere questa fetta americana, profondamente ignorante e razzista.
Ma è anche giusto affermare che noi italiani, soprattutto, non dovremmo avere troppi motivi per scandalizzarci, viste le performance del nostro caro Berlusconi. Non è passato troppo tempo, se la memoria non m'inganna, dalle sua affermazioni scandalose e fatti aberranti. Davvero ci siamo dimenticati del periodo in cui all'estero venivamo additati non solo per la pizza, il mandolino, la pasta, la mafia, ma anche Berlusconi? E di certo non era un fattore positivo.
Innumerevoli e differenti, e apperentemente sconvolgenti, le risposte alla nostra domanda.
Perchè votare Trump?
Secondo Clarence Page, noto editorialista del Chicago Tribune, i media e la popolazione stessa, sarebbero attratti maggiormente dalla narrativa e dall'intrattenimento, anche in caso di elezioni presidenziali. Non c'è ombra di dubbio sul fatto che Trump sia certamente un grande showman; e se ci dev'essere un circo mediatico, tanto vale esserne il direttore. La sua campagna presidenziale porta un ottimo esempio di come si possa arrivare lontano, se sei ricco, famoso, e abbastanza temprato da sostenere qualsiasi imbarazzo. La sua narrativa si rivolge ad un'audience diversa, di volta in volta, ma sempre avida e bramosa di essere intrattenuta.
Un vero e proprio Reality Show. Ma è davvero tutto qui? Questo è il solo e futile motivo per cui Trump sbaraglia le elezioni?
Derek Thompson scriveva su “The Atlantic”:
“Il senso d'impotenza, e la mancanza di voce è un elemento di predilizione del supporto elettorale a Trump, più veritiero di quello che può essere rappresentato dall'età, dalla razza, dall'istruzione, dal reddito, dall'atteggiamento razzista nei confronti dei musulmani, degli immigrati illegali o dell'identità ispanica.”
E qui, sento di aver toccato un nervo scoperto.
Gran confusione in un partito repubblicano. Gli elettori ne apprezzano la duttilità imprenditoriale, il linguaggio, per così dire, umano, terra terra, spiccio.
Cosa sta davvero succedendo all'America? Stiamo assistendo ad un'annata strana, o qualcosa di grosso sta smuovendo le acque d'oltreoceano? Si tratta di un risveglio politico/culturale?
Forse è tutta una terribile ma inevitabile conseguenza di una stanchezza, che potremmo definire cosmica, e una volontà più che legittima, da parte del popolo, di essere ascoltato. Troppi politici, pochi cambiamenti.
E anche se è chiaro a tutti quanto Trump non sia altro che una grande messa in scena, travestita da un noto miliardario, residente a Manhattan, cresciuto nello sfarzo... Le sue incredibili sparate elettorali funzionano alla grande. Perchè?
E' altamente probabile che l'America stia votando con il dito medio alzato.
E' stanca, esausta, stremata.
Esiste una parte della popolazione americana, silenziosa, e forse spaventata, che vede nel miliardario Trump una possibile garanzia per il ritorno al vecchio capitalismo, massacrato dal “socialista Obama”. Si tratta di tante piccole formichine d'oltreoceano, per le quali la priorità assoluta sarebbe quella di avere un'America forte nel mondo. E' gente delusa dalle promesse di tutti, parole al vento, di democratici e repubblicani. Gente che ama la schiettezza, e sogna la capacità di tornare ad un mondo più semplice e puro, dove le cose avevano un nome, e si potevano dire.
E' davvero tornare al passato il segreto del successo?
Forza, sincerità, successo promessa. Siamo arrivati ad un punto dove non esiste più una sola america, ma tanti piccoli staterelli aggiunti, tanti percorsi di vita diversi, aspirazioni differenti. Sarebbe la speranza dunque, la promessa di una storia diversa, migliore, che spinge l'americano ad abbracciare un uomo, che non dice quasi nulla di concreto sulla sua politica, sulle strategie, sulle alleanze... Ma che promette di far tornare l'America grande. Il Top.
Signore e signori, iniziamo pure a tremare. Perchè in America, e non solo, sta davvero succedendo qualcosa di estremamente pericoloso. Un terribile mostro marino sta smuovendo le acque dei nostri mari. E non è Moby Dick. Si tratta di risentimento, delusione, esasperazione. Sentimenti che aleggiano nell'aria da ormai troppo tempo.
La popolazione mondiale si è stancata di sentirsi dire che la crisi appartiene al passato, che è solo un rircodo, che dobbiamo essere fieri della nostra solidarietà, che Putin è il cattivo, mentre l'Iran e l'Iraq sono nostri amici. La realtà è che viviamo in un'epoca totalmente ossessonata dai personali interessi e tornaconti, specie di natura economica, dove gli amici si trasformano troppo in fretta in temibili nemici.
Viviamo in un mondo dove anche il primo degli showman, buffone, bellicapelli, che probabilmente non farà assolutamente nulla di ciò che promette, improvvisamente, sembra il male minore.


domenica 29 maggio 2016

Accade a una donna; storie di gabbie invisibili e sterili dell'animo femminile

Articolo Pubblicato su UltimaVoce: http://www.ultimavoce.it/donna12886-2/

La vita di una donna è tutta una questione di disordine.
Un disordine cosmico, irrazionale, mentale, confusionario.
Trascorriamo la maggior parte della nostra esistenza ad affannarci, ossessivamente, tentando di riportare un po' di ordine nelle nostre vite.
O peggio ancora, ricercando una perfezione illusoria.



Esistono vari modi per ferire una donna. Non sono necessari schiaffi e pugni, per calpestarla, sono sufficienti piccoli, insignificanti, comportamenti, atteggiamenti, arroganze, dimenticanze, per spegnerla.
Avete mai pensato a quanto possa essere difficile, ed estremamente faticoso, vivere in balia di due metà?

Esistono donne che sono gialle dentro, bianche fuori, azzurre di lato, e rosse da dietro.
Credete davvero che sia semplice tenere a bada tutte queste realtà, queste essenze colorate, che s'incastonano in un'unica anima?

E' vero quel che si dice; noi donne siamo nate nude, portatrici inconsapevoli del seme della vita, padrone del mare in burrasca, rappresentato da due morbidi seni, e una caverna misteriosa.

Crescendo impariamo a vestirci, realizziamo di essere altro, oltre ad un paio di gambe; ed è proprio quell'altro, quel fattore terzo al quale ci aggrappiamo, con le unghie e con i denti, che tentiamo di preservare, nei confronti di quel mondo livido, che ci si staglia dinnanzi.
Ci vestiamo, attraverso braccialetti e sciarpe, creandoci una piccola identità, che brilla, come una lucciola in una caverna inesplorata.
Indossiamo la pazienza, la costanza, la determinazione, il carisma. Tutto al di sopra di quel corpo nudo, inerme, che porta i segni della nostra fragilità.
Esistono, al mondo, vari modi per far del male ad una donna.
Basta suggerirle, nell'intimità, sussurrato piano piano ad un orecchio, che è vecchia, nonostante non abbia neanche 30 anni. Lei inizierà a crederci, liberandosi dalle larghe spalle di quel soprabito di sicurezza, che gravava sul corpo nudo. Ci crederà, e inizierà, a poco a poco, a schiudere i suoi bellissimi petali, alimentati dalla luce solare. Ci crederà, perchè a noi donne è stato insegnato che quando gli anni passano, diventiamo merce avariata, e siamo improvvisamente cestinabili, come un file in un computer.

Spesso è sufficiente chiederle di mettersi in ombra, lasciando che il resto del mondo livido si nutra di quella luce solare, sua unica linfa vitale. Ossigeno per i nostri petali. Lei lo farà, perchè è donna, umile e generosa, si spoglierà di quel maglioncino di ciniglia, scoprendo ancora di più la sua stanca schiena; sfoggiando, la nudità della sua anima.
Lo farà, una volta, e un'altra volta ancora, perchè grava sulle coscienze di noi donne, ancora, l'eredità della sottomissione.

Se poi volete davvero calpestare una donna, e sputare sul suo cadavere, allora regalatele dei fiori, delle rose rosse, dopo averla spogliata del tutto, lasciandola nuda, inerme, priva delle sue certezze e fondamenta. Ditele che l'amate immensamente. Lei probabilmente sorriderà, perchè è donna, e il sorriso rimarrà sempre il nostro migliore accessorio, e indosserà, stancamente, le sue mutandine.

Mi fa male scrivere queste cose. Soffro anche solo a pensarle.
Verso lacrime amare, perchè sono donna, abbracciando il mio corpo nudo, simbolo della mia più limpida fragilità. Piangere è sempre stato il mio segno di debolezza, quella debolezza che mi brucia l'anima, infiammandomi le gote, ogni qualvolta mi ritrovo nuda, spogliata dalle mie sicurezze. E' per questo che, nel momento in cui scrivo queste poche righe, sento in bocca il sapore acre del sangue. Credo possa trattarsi di una cozzaglia di parole ammassate, che si scontrano violentemente fra di loro, restando imprigionate tra le mie labbra serrate.

Far del male ad una donna, delle volte, è talmente facile, che neanche ce ne accorgiamo. Scivoliamo, lentamente, in balia delle parole negative, negli atteggiamenti sessisti, nel fango provocato dagli sguardi d'odio, e negli stereotipi, nei quali viviamo ancora incasellate, come fossero sabbie mobili.

Non ci rendiamo mai abbastanza conto di quanto sia facile ferire l'animo femminile.
A noi non basta un lavoro di successo, la bellezza, una laurea... Non basta.
Ci saranno sempre spazi di fragilità, che il nostro animo coltiva come se fossero piante velenose: l'insicurezza, l'inadeguatezza, il bisogno famelico di amore, che restituisce, come un boomerang in pieno volto, un cuore sanguinante.


Se l'umanità ha le capacità di distruggere se stessa, e assistiamo ad ogni suo piccolo sgretolamento ogni giorno annunciato dai telegiornali; una donna ha tutte le carte in regola per annullarsi, alienarsi, spegnersi e devastarsi, totalmente, con le sue stesse mani. Le ragioni possono essere le più disparate, ma è giusto sapere che può succedere, nell'animo femminile, di rimanere imprigionate in una gabbia sterile ed invisibile, un sottospecie di regno dell'idiozia, senza riuscire ad esternarlo a nessuno. Le umiliazioni, l'ossessioni, la morbosità.
Tante cose possono provocare ferite profonde nel corpo e nell'anima di una donna. Soprattutto se questa sta combattendo quell'infinita e paradossale guerra, che più comunemente chiamiamo amore.

lunedì 23 maggio 2016

Un'altra storia di scarpe; un passo incerto, un'andatura nuvolosa

Un 'altra storia di scarpe, un'altra storia di quelle scarpe nuove, bellissime, luccicanti, sensuali; portate a mano da un'ottusa fanciulla, che la dignità, l'aveva pestata insieme ad una cacca di cane, lungo la via del ritorno.

Se ne stavano lì, appese al mio braccio, che dondolava avanti e indietro, e un po' ciondolava, al ritmo di una musica che non c'era più, ma ancora pulsava in quella scatola cranica, che aveva perso la materia grigia in un bicchiere di Ruhm.



Quella sera avevo come l'impressione che il solo sfoggiare quelle scarpette magiche, mi sarebbe bastato. Non importava il maquillage perfetto, l'ombretto bianco sotto il sopracciglio, per innalzarmi lo sguardo, l'eye liner lungo la palpebra.
Nulla importava.
Neanche l'outfit perfetto per la serata.
Niente importava.
La sola cosa che mai avrei dovuto togliermi, erano quelle scarpe.
Una scialuppa di salvataggio, in una serata che, già nei primi cinque minuti, aveva preso la piega sbagliata.

Scarpe ai piedi, gambe in spalla, gonna lunga, drink in mano.
Avevo la terribile sensazione di aver annegato anche quei pochi momenti di lucidità in un cocktail annacquato, condito con ghiaccio e disperazione, una goccia di disinibizione; e quella timidezza, che normalmente t'infiamma le gote, era sparita, pestata, schiacciata, come l'uva di quel vino, che avresti tanto voluto sorseggiare.

Uno sguardo vuoto osservava la scena davanti a sé. Vivevo un film a rallentatore, ero spettatrice passiva di ciò che mi succedeva dinnanzi, una scena magistralmente girata, dove un branco di pecore e caproni davano sfogo ai loro istinti primordiali, trasudando ormoni da ogni poro, nel disperato tentativo di ingroppare la cavalla davanti.
Non importava quanti anni avessi, cosa facessi nella vita, cosa ti portasse in quell'affumicatoio per caprioli.
Bastava che alzassi la gonna, e il gioco era fatto.
Nell'aria si respirava sudore e testosterone.
Fragranze di miele e foglie di acacia, rosa canina e muschio bianco, si fondevano perfettamente con l'essenza odorosa della disperazione umana.
Le mie narici tossichiavano , nell'estrema speranza di respirare, affannosamente, un po' di Ossigeno puro.
Un'unghia rosicchiata, soffocata da chili di smalto trasparente, contro un'onicofagia, che da sempre mi fagocitava la vita, tamburellava nervosamente, picchiettando contro il vetro di quel drink che portavo in mano.
Il secondo, il terzo, chi può saperlo.
Ero troppo impegnata ad annegare le mie capacità cerebrali in un alcool scadente. E ad osservare, come una spettatrice lontana mille galassie da quel luogo, l'estrema consumazione di una serata, che scorreva rosicchiata, mangiucchiata, e perforata, sotto la suola delle mie bellissime scarpe.

Mi avviavo mesta verso la via di casa, quei 102 passi che mi separavano, dal calore del mio nido.

Ero triste, e forse un po' felice, lo sguardo annebbiato da litri di vodka, che mi erano scivolati in gola, senza che me ne accorgessi.
Un passo incerto, un'andatura nuvolosa.
Due piedi nudi, grandi quanto quelli di una bambina di sette anni, saltellavano qua e la, danzando al ritmo di una musica immaginaria; sobbalzando un poco, trascinandosi dietro un paio di scarpe bellissime, che mai avrei dovuto togliere.

Un'altra storia di scarpe, che adornavano il braccio di una bambina troppo cresciuta, che moriva nel desiderio di ricevere un caldo abbraccio, in quei 102 passi infiniti, che la separavano dal calore del suo nido.


[Esiste al mondo chi ancora lo chiama “Il cammino della vergogna”.
A me piace chiamarlo “la disperazione del venerdì sera”.

Non ti accorgi mai, quale piega potrà prendere la tua serata, finchè non ti ritrovi fuori da una discoteca, grande quanto il bagnetto di casa tua, e soffocante quanto questo, sola, inerme, annaffiata da un alcool scadente, che impedisce ai tuoi neuroni anche le più semplici sinapsi. Con in mano le tue scarpette da ballo, nuove di zecca e nere fiammanti, che trasudano sesso da ogni poro. Sfoggiate al braccio destro, come una borsetta di Prada, quella borsetta che non avresti mai voluto avere.
E con un desiderio umano, che ti lacera dentro.]

domenica 22 maggio 2016

In viaggio verso una nuova India

L'India ha perso tutto. Ha perso tutto, anche la disparità sociale.
Oggi scrivo mossa da una rabbia irreale, insensata, innaturale, data da una realtà mostrata da milioni di sguardi assenti; che resta schiacciata dal peso di eventi più incidenti, come un'economia indiana, in continua e sorprendente ascesa, che si contrappone ad una povertà, sempre più miserabile.
La mia rabbia è inquitante e struggente, e mi spinge a vedere la realtà, questa realtà, come se non fosse altro che una malattia.

Se si vuole partire per l'India, così si dice, bisogna essere pronti a tutto; alla sporcizia, agli odori pungenti, ad una povertà sconcertante. E' utile farsi il proprio pacchettino, il proprio bagaglio mentale, di esperienze acquisite e condivise, da allargare e sfaldare, ad ogni passo. Tutto può succedere.

L'India, da un po' di anni a questa parte, sta sperimentando una straordinaria crescita economica: Delhi ora è una città di 16mila abitanti, e sta rapidamente mutando il suo volto, grazie proprio a questo boom economico. Circolano, in un'aria più inquinata, tanti più soldi e automobili, più pulizia in quelle strade, una volta infestate da odori sprezzanti e disagi di ogni tipo, e tante più opportunità per questa nuova India, pronta a sbocciare.
Ma il disagio può essere spazzato, spostato da una zona all'altra, con un colpo di scopa, ma di certo non eliminato.
Chi ha beneficiato maggiormente di questa nuova ricchezza?
Di certo non gli immigrati nelle campagne, quella fascia di popolazione senza lavoro, e senza casa.

Uno studio dell'OCSE evidenzia come il guadagno, in questo stato in crescente ascesa, sia distribuito in maniera totalmente disomogenea tra le classi sociali; e il divario, quel gigantesco divario, tra ricchi e poveri, sia enormemente aumentato.

Per un India che cresce, ce n'è un'altra, più nascosta e maleodorante, che soccombe.
La condizione dei senzatetto in India è una vergogna nazionale, tornata in modo imbarazzante sotto l'attenzione dei media, e della super agiata borghesia indiana.
La questione dei bambini di strada è drammatica, un dramma struggente in questo nuovo stato, vista anche la carenza di interventi pubblici, che sembrano più interessati ad un modello di sviluppo economico rampante, più che alla vita di quei connazionali, che muoiono, davanti ai loro occhi.
C'è chi vive circondato dal pc e tv satellitare, e chi si alza ogni mattina sognando un materasso, e una coperta senza pulci.

Gli ideali di uguaglianza non esistono, nella shining india
Laddove la forbice sociale si allarga esponenzialmente, viene quasi da chiedersi se tali concetti non siano prettamente occidentali, e profondamente alieni ad una cultura, quella indiana, impregnata da un forte senso di accettazione cosmico, che rasenta la rassegnazione. Il mondo è ingiusto, perchè karmico.

I numeri di questa forbice sono impressionanti e spaventosi.
Sarebbero ben oltre un miliardo, nel mondo, le persone che vivono in intollerabili condizioni di vita, occupando strisce di terra dimenticate, e celate agli occhi dei turisti, nelle periferie delle grandi metropoli.

Slum, baraccopoli, bidonville, favelas, township, poco importa in che modo le si voglia chiamare, rappresentano comunque l'inferno di intere generazioni di individui.
Il nuovo capitalismo, la globalizzazione, e la crisi, hanno imposto una fuga dalle aree rurali, e costretto una moltitudine umana ad ammassarsi negli slum, nella speranza, unicamente, di sopravvivere.

Un India che respira, in bilico, tra sfarzo e miseria.

La situazione è molto critica, al limite dell'umano.
A Delhi lo stato ha aperto rifugi per circa 17mila persone, ma secondo gli ultimi dati i senzatetto nella capitale sarebbero almeno 125mila. E 3000 di questi muoiono ogni anno, per la strada, a causa del freddo e delle malaattia. La gente muore per strada, e viene spazzata via, con un colpo di scopa da un ordinamento statale, che tenta di fare pulizia nella nuova India.
Se vogliamo partire per l'India, così si dice, bisogna essere pronti a tutto; alla sporcizia, agli odori pungenti, ad una povertà sconcertante.
Partiamo per il nostro viaggio indiano, al fine di toccare con mano, realmente, tutto quello che vi sto dicendo.

L'India sta sperimentando gli eccessi di un capitalismo, che sfocia in un consumismo sfrenato, quel consumismo, che di certo noi Occidentali conosciamo bene.

Immaginiamo di trovarci ad uno di quei matrimoni indiani, un evento eccezionale, una festa magnifica, dove lo sfarzo, l'eccesso ed il surreale, fanno da componente aggiuntiva all'aria opprimente che si respira. Decorazioni plasticheggianti, musica assordate, ballerini impailettati, cantanti luccicanti, una quantità di cibo talmente esagerata, se proporzionata al numero d'invitati. Inutile dire che gran parte di questo verrà vergognosamente sprecato.
Da un lato di questa medaglia d'oro zecchino, esistono i partecipanti all'evento, che raggiungono la location, comodamente accompagnati dalle loro auto di lusso, appesi all'ultimissimo modello di i phone,sfoggiando abiti infiocchettati da centinaia, se non migliaia di dollari.
Sentono l'estremo bisogno di sfoggiare una ricchezza acquisita ed irreale. Lasciano dietro di se una scia di una fragranza indiana, che non sa di India.
Capovolgendo la medaglia, esiste chi, a questa festa sfarzosa, fa da tappezzeria. Chi apre le portiere di quelle auto esageratamente shic, un personale indiano che accetta di lavorare, ogni giorno, per poche rupie l'ora, (circa un euro), accontentandosi del misero guadagno, accettando una condizione d'ingiustizia disarmante, perchè la miseria è talmente diffusa, che la manodopera da sfruttare, di certo, non manca mai. Il disagio aumenta esponenzialmente, come forfora sugli abiti dei ricconi.
In India vive il più alto numero di poveri al mondo. Il 42% della popolazione vive con meno di un euro al giorno. Stiamo parlando di mezzo miliardo di persone, mica briciole.
Qualuno è disposto ad aascoltarli?
Fuori da questo sfarzo, a pochi metri di distanza dalla festa, esiste l'altra India, quella vera, reale, drammatica, umana. Quella che vive di stenti, quei famosi 400 milioni di individui che trascorrono le loro nottate sotto ad un cavalcavia, e defecano nelle aiuole cittadine.

C'è in gioco la dignita delle persone; i senzatetto vengono spesso additati come fannulloni, ma sono lavoratori infaticabili, guidatori di risciò, manodopera silenziosa per quella India che, invece, se la passa bene. Si ammazzano di lavoro per poche rupie, e di notte, dormendo per strada, sono estremamente vulnerabili.

Il governo nazionale del premier Narendra Modi sta cercando di correre ai ripari, lanciando un programma di pulizia, tentando di rimediare ad un problema che affligge lo stato indiano da molto tempo. “Clean India”, un progetto ambizioso, che ha l'obiettivo di portare più igiene pubblica nelle città, anche in vista di un turismo occidentale, che questa realtà maleodorante, proprio non può vederla.
Pulizia per la nuova India, quel nuovo stato che, da un po' di anni a questa parte, sta sperimentando una straordinaria crescita economica.
L'India, quel nuovo stato che, sta facendo pulizia per le strade centrali delle grandi città, spolverando i senzatetto come fossero polvere, facendoli sloggiare dai loro posti letto sotto le stelle, dai marciapiedi dove sono soliti riposare, sostituendoli con una serie di vasi di fiori profumati.
Un India che respira, in bilico, tra sfarzo e miseria.

Un India che maschera il fetore della miseria con una fragranza floreale.

martedì 15 marzo 2016

Fiocchetto Lilla



Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla

[L’arco della Pace, ai pedi della meravigliosa, nonché pendente Piazza Mazzini, accoglieva il mio delicato corpicino, scaldandomi con il calore famigliare di sempre. Il fetore di fritto invadeva violentemente le mie narici, provocandomi un leggero sconquasso ormonale, misto a nausea mattutina.
Lo stomaco gridava al mondo la nudità del suo essere, la terra tremava, lo sguardo della gente rabbrividiva nell’udire un tale lamento, proveniente da un così insignificante pancino. Che cazzo mi stava succedendo?
Dov’erano finite le mie pillole? Dov’era la luce dei miei occhi?
Il mondo attorno a me era assurdo, insensato, paradossale. La gente sfiorava il mio spazio vitale nutrendosi di una banalità disarmante, sorridendo dietro a maschere di gomma, respirando quell’atmosfera soffocante, iniettando nei miei polmoni nient’altro che anidride carbonica. I miei anticorpi erano deboli, i miei occhi stanchi, le mie ossa denutrite. La vita mi schiacciava come una mosca sul parabrezza di un qualche coglione infiocchettato.]

Elisa Bellino

Lancio L'ashtag #UniamoLaVoce e #MettiamociANudo, in Occasione della Giornata Nazionale dei Disturbi Alimentari_
Perchè la vergogna deve Morire insieme all'Indifferenza.